26 marzo 2009

11 ottobre 2004 - Shanghai again

Mi sono ricordata di una piccola perla: ieri, in un giardinetto modesto vicino al caffè intorno al quale conti- nuavamo a girare, un tizio faceva volare un aquilone. Era altissimo, proprio come una grossa aquila, lontano lontano, magnifico. Un po’ di questa magia gli è rimasta appiccicata addosso anche quando il signore lo ha richiamato a sé e l’aquilone si è rivelato per quello che era: pezzetti di carta di giornale. E pensare che mio nipote Aurelio non riesce a far decollare il suo ‘cerf volant’ superaerodinamico.
In mattinata si va al Bund, il meglio di quanto rimane della Shanghai Anni 30. Malgrado la perenne foschia, ha un suo fascino. Di fronte si alza il quartiere degli affari, Pudong, che fino a 10 anni fa non c’era (era una zona agricola ci dice Chong, incontrato sul Bund) con la bellissima Oriental Pearl Tv Tower, diventata il simbolo di Shanghai. Sulla passeggiata del Bund, dove ci sono un mucchio di mendicanti, per lo più gravemente storpi, riscuoto molto successo, non so se sia merito, o colpa, del rossetto rosso. Un gruppo di cinesi, probabilmente in vacanza, praticamente costringe me a posare insieme alle mogli e Carlito a scattare la foto con la loro macchina; un altro, con cinepresa, vorrebbe filmarmi e intervistarmi (ma Carlito, per fortuna, è secco e perentorio nel dire di no). Anche ieri, a ripensarci, mi guardavano tutti, uomini e donne. Mi sembra di essere una star (non so perché a Carlito non succede) e ha un che di inquietante. Più tardi scopro che succede più o meno a tutte le donne occidentali e mi ridimensiono.
Pranzo per due per 32 yuan, cioè 3,2 €, birra compresa, ma io praticamente non ho mangiato. Che schifo la cucina cinese. Chi l’avrebbe mai detto? Altra nota curiosa: in questa specie di orrenda tavola calda il cameriere non ha voluto la mancia. Forse, come dice la miniguida, la mancia porta sfortuna o, piuttosto, è insultante. Ma finora, come dice l’altra guida, tutti l’hanno gradita. Qualcuno, come ieri al Kathleen’s 5, l’ha addirittura sollecitata.
Intanto ho mandato un sms ad Angelina, dicendo che nel pomeriggio ci sposteremo al mercato di Xiangyang; “ça tombe bien”: Véronique, l’amica di Angelina, e Angél ci vanno a pranzo. Così, sempre in metropolitana (sistema economico: la tariffa va a tragitto, da Zhong Shan Park, dove siamo in albergo, come da Jing’an Temple fino a People’s Square tariffa 2: 2 y, più o meno 0,20 € cioè, e ‘sto giro 3 y, mi pare), Carlito e io ci dirigiamo verso il mercato della moda, o meglio dei falsi, di Shanghai. Sul cammino ci perdiamo in negozietti vari, per esempio veniamo inghiottiti dalla Sony Gallery, che ha aperto un paio di settimane fa, e crediamo di incrociare la delegazione francese (Chirac compreso?), che è in giro per questi lidi per l’apertura dell’anno della Francia in Cina: Carlito e io vediamo sfilare lungo la Maoming Nan Lu un corteo di auto blu e al mio amore sembra pure di distinguere il viso di Barnier, il ministro degli Esteri, dietro un vetro fumé. Bah.
Il risultato è che, quando finalmente arriviamo alle soglie del mercato, Véro e Angél ne stanno giusto emergendo, perciò facciamo una pausa nel locale lì a fianco dove i sedili ai tavoli sono altalene biposto. Le ragazze ci mostrano gli acquisti: un orologio di Mao (anch’io!), un paio di borse Prada, una di Gucci, un portafoglio Dior collezione rasta e due Montblanc l’anno del dragone. Già che ci sono le due vogliono farci vedere anche un negozietto dove ci sono un sacco di cosucce carine e dove mi lascio sedurre da due o tre capetti. Al mercato, invece, è Carlito che fa incetta: giacca, scarpe e due polo. Le borse non mi piacciono: la griffe è decisamente urlata e la maggior parte è in vera plastica (il peggio è un portafoglio rosso in finto cuir épi). Quasi niente è normale, quasi tutto finto qualcosa. Per esempio, Louis Vuitton, che è sempre accuratamente nascosto (nell’interno della bottega o nei cassetti, mentre Dior, Gucci, Prada e compagnia sono tranquillamente esposti).
A cena incontriamo il bell’Arnaud, il figlio di Véronique, che vive e lavora a Shanghai da un anno, che ci fa un po’ da guida per locali della concessione francese, il quartiere dove abbiamo ciondolato per tutto il pomeriggio. Ci racconta, per esempio, che in una via qui vicino, fino a pochissimo tempo fa, c’erano un sacco di posticini, molto movimento etc. e che “il governo” ha fatto chiudere tutto per via della quantità di puttane. Ma a novembre pare che la serie di locali dovrebbe riaprire altrove.
Programma di domani: giornata “nanas”, con visita a un altro mercato ancora alla ricerca dell’orologio di Mao, massaggio e giro nella città vecchia.


(nella foto: la turista smarrita sul Bund)

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