13 ottobre 2009

23 agosto 2009 - Ouidah, ultimo giorno: quello della paranoia

È domenica e, quando abbiamo finito di fare colazione e scendiamo, la maggior parte degli abitanti della Maison de la Joie è già a messa. Così contiamo di bissare la giornata di ieri: relax e buon cibo alla Casa del Papa.
Non ci fosse questa maledetta sensazione di malessere. Saranno le nove e mezza, il sole non è ancora alto ma io sudo come in una sauna. Forse ho anche mal di pancia. E cammino. Mi sento Aschenbach? Sì, col cavolo. Lui è un “von”, un esteta in una Venezia bella da morirne; io una cretina in giro per strade polverose, che oggi trovo pure puzzolenti: gli odori del cibo mi colpiscono come sferzate. Sto male. Male come? Non so. Male, comunque. Ho un solo obiettivo: arrivare fino ai giardini del Fort Français e sedermi. Quando finalmente li raggiungo in effetti non mi siedo, mi corico. E ho una quasi-certezza: ho la malaria. Dio che palle, mi lasceranno partire? E, nel caso, ce la farò a portare la nipotina al mare o dovremo rinunciare? Accidenti quanto sudo.
“Va meglio?” chiede Carlo. No, cazzo, non va niente meglio, direi che va peggio invece. Forse perché fa più caldo. Dico a Carlo che non ce la fo, non ce la posso fare: torno a casa, ma lui, se vuole, può andare in spiaggia ugualmente. Il mio amore si carica pure il mio zainetto e rientriamo. Mi sembra di correre e di barcollare insieme e, all’arrivo, mi schianto sul letto con un Dolipran. A parte un momento, non so quanto lungo, in cui perdo conoscenza, per il resto sono a letto e sveglia. Spompata come non mai. Ascolto Carlito, i bimbi, Justine che conferma al mio amore che i miei sintomi sono quelli della malaria. Confesso che un po’ panico: non mi lasceranno mai partire. Poi prendo la saggia decisione di isolarmi qualche ora dal mondo grazie all’iPod e quando, verso le sei di sera, arrivano Marie e Kemi a festeggiare nel mio letto va meglio. Decisamente meglio.
Ora lo so: partirò. Ed è lo strazio di lasciare la Maison, i bambini (con François che chiede 1000 volte quando torniamo. Non lo so, cucciolo mio, non lo so, potrebbe pure essere mai. Ma non ho voglia di dirlo e, se è per questo, neppure di pensarlo). Marie si attacca al collo di Carlo e non vuole lasciarlo andare. François bacia il finestrino dietro il quale mi nascondo. L’auto parte; Justine, per fortuna, parla senza sosta. Io cerco di gestire il male (che malaria, poi, non sarà) e la pena. Non voglio che sia un addio, non ce la posso fare.



(nella foto: statua vudù nella foresta sacra, Ouidah)

09 ottobre 2009

22 agosto 2009 - Ouidah - Bella gente

A Ouidah ci manca da vedere ancora almeno una cosa: il Tempio dei Pitoni. Così Carlito e io ci incam- miniamo alla scoperta della città, finalmente a passo d’uomo. Ci si svela così il fatto che dalla Maison de la Joie si può tranquillamente raggiungere il centro a piedi. Facciamo una pausa per consultare la cartina ai giardinetti detti “Fort français” che, evidentemente, hanno preso il posto del forte distrutto.
La visita al tempio non sarà fondamentale ma completa il quadro vudù: l’iroko (l’albero sacro) all’ingresso è parzialmente coperto da un telo sacrificale che ha assunto l’aspetto di un quadro di Pollock. Poi tempietti sparsi, “tutti abitati da divinità” ci assicura la guida “e proibiti ai profani” e il tempio dove vivono una quarantina di pitoni. Li tocchiamo, Carlito se ne fa mettere uno al collo, poi li lasciamo a scaldarsi attorcigliati tra loro. La sera del giorno in cui si svolge il mercato la porta del Tempio dei Pitoni viene lasciata aperta in modo che i serpenti possano uscire in cerca di cibo. In genere i pitoni rientrano, ma quelli smarriti vengono recuperati dalla popolazione e riportati alla loro casa comune. Secondo la guida pure Angélique Kidjo è stata a pregare in uno di questi templi per chiedere la grazia di avere un figlio.
Usciamo dal tempio e affrontiamo una lunga camminata per arrivare alla Maison du Brésil, dove compro ancora tre braccialetti, poi scoviamo uno zem (moto-taxi, per intero zemidjan) che per 1500 franchi ci porta fino alla Casa del Papa, a 5-6 km dalla Porta di Non-ritorno lungo la Route des Pêches. Alla Casa consumiamo il miglior pasto del Benin: carpaccio di cernia e filetto di spigola al coriandolo. Poi relax ed etologia da bar: passiamo un mucchio di tempo a studiare il comportamento di due granchi in riva all’Oceano. Già mi manca Ouidah e ancora non siamo partiti: spesso la magia dei luoghi è in realtà quella delle persone.


(nella foto: l'iroko-Pollock, Tempio dei Pitoni, Ouidah)

29 settembre 2009

19-21 agosto - Grand Popò - Awalé Beach - Parentesi quasi vuota

6000 CFA e una litigata sono il prezzo da pagare per andare da Ouidah a Grand Popo. Una volta arrivati all’Awalé Plage è deciso: staremo qui per le prossime due notti. Non è lusso ma è ugualmente un paradiso: standard europei, giardino curato, piscina, spiaggia pulita, ottimo ristorante. Si dorme cullati dalle onde (che sembrano perennemente agitate da una marea che non si abbassa mai), si passeggia sulla spiaggia tra reti, barche, pescatori e bambini, ci si coccola leggendo, poltrendo, scrivendo. La belle vie, quoi: due giorni dedicati all’assoluto relax.
Il che regala spazio per registrare in un micro-glossario una manciata di appunti sparsi.
Campagna contro l’analfabetismo femminile. Grandi manifesti con tre ragazzine sorridenti, “Toutes les filles à l’école”.
Cani. Dopo parecchi giorni di Benin mi sento in grado di dire che qui i cani sono tutti uguali: taglia media, pelo corto, lunga coda, muso aguzzo. Anche cromaticamente variano poco: o sono biondi, magari con l’estremità della coda bianca, o appena beige (quello che per i cani di razza verrebbe definito champagne) o bianchi a chiazze.
Numeri sacri. 41, ma anche 7 e 141.
“On m’appelle Marie”. Così si presentano le ragazze che durante le vacanze lavorano come apprendiste nel ristorantino della Maison de la Joie: mi chiamano Marie (nome d’uso, cattolico, non necessariamente è il mio vero nome).
Parrucchieri. Nomi captati al volo: Patience, Espérance, Espoir.
Taneka. Hanno un’unica divinità: Tyensawa, il “capo di tutte le cose”.
Tessuti. I curiosi percorsi dei tessuti: i migliori dall’Olanda a 35-40 mila CFA les trois paignes (6 metri circa), i più scrausi dalla Cina (“ils cassent le marché ces chinois” dixit Justine) a 5.000-5.500. La star tra le stoffe della migliore qualità è Vlisco, veritable wax hollandaise, since 1846.



(foto: attorno alla pesca, Awalé Plage, Grand Popo)

28 settembre 2009

E Ouidah: bambini felici

Dopo il mercato di Dantokpa e il pranzo tutti insieme (la signora, le due guide, l’autista, Carlito e io), Justine Michayi ci porta a visitare il centro Afamies, dove veniamo accolti da una farandola di donne danzanti che mi trascinano nel loro ballo e che organizzano un vero e proprio spettacolo (con quasi comizio) in nostro onore. Poi la signora Michayi ci consegna un po’ di carte, ci vende un paio di oggettini che le donne fabbricano per sostentarsi e ci riconduce tra le star. Qui le danze cominciano a richiedere una moneta in fronte e l’esempio lo dà la stessa Michayi. Esaurite le monete è il momento dei saluti ed è qui che mi accorgo che non sempre ridere e ballare insieme, checché ne dicano tutti i bianchi malati d’Africa che sto leggendo in questo viaggio, vuol dire granché: la più disinibita, impudica e ciarliera delle signora vuole 2000 franchi “pour moi, pour moi seule” e d’improvviso tutto mi fa rabbia.
Per fortuna rientriamo a Ouidah per la “route des pêches”, che è meravigliosa e che sfocia sulla Porta di Non ritorno e sulla Route des esclaves. Visto che questo sarebbe dovuto essere il nostro ultimo giorno e che si chiude proprio laddove era cominciato, il circolo si chiude in modo perfetto: bravo Flavio.
Alla Maison Marie, Kemi, Bernadette, François, Magnificat, Abbas e gli altri bambini ci accolgono, come sempre, in festa.



(foto: chez Afamies)

18 agosto - Cotonou: bambini “prestati”


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25 settembre 2009

17 agosto - Verso Ouidah. A volte ritornano

Au revoir, maman, soeur et nièce de Justine. Et mille fois merci pour votre accueil, votre hospitalité et votre excellente cuisine, on pensera à vous de temps en temps pendant les longues soirées d’hiver. Au revoir. Ou, peut-être, adieu.
Si parte. Sulla strada, come sempre, in prossimità di villaggi e città, dispositivi per far rallentare le auto (quanto mai opportuni visto che, come forse ho già scritto, almeno nella nostra Peugeot, l’indicatore di velocità, proprio come quello della benzina, non funziona): pneumatici e carabattole occupano metà della carreggiata prima a destra, poi a sinistra, infine di nuovo a destra, obbligando le auto a un lento zig-zag. Altrove, per esempio nelle vicinanze della mairie di Bassila, è una corda tesa da un lato all’altro della strada che un omino cala al suolo al suono del clacson delle auto che si avvicinano.
Sosta pranzo a Dassa-Zoumé (cellulare sempre incapace di ricevere). Mentre pranziamo arriva un gruppo di italiani. Volontari o cooperanti, resta che hanno mezzi ben più potenti di Flavio & co.: all’esterno li attendono tre jeepponi nuovi fiammanti con tanto di targa in arancio su verde “ONG”. Poi il rientro subisce una deviazione causa mio capriccio: voglio tornare ad Abomey a comprare le maschere stile Romuald Hazoumé (di cui avevo scritto qualcosa, poco e male, qui). Quando deviamo sono pentita: non mi ero accorta che Roland stesse male, penso abbia un attacco di malaria anche se lui, appena il giorno dopo, giura di non averla mai avuta in vita sua. Uscendo dall’albergo dopo l’acquisto, un revenant vestito di rosso e verde (tanto che nella mia ingenua interpretazione l’avevo preso per un uomo travestito da pappagallo) recita strane litanie agitando quelle che sembrano due minuscole accette arrugginite sotto il naso del nostro autista. Ibe dice di non capirlo, al che interviene l’accompagnatore dello pseudo-zombie vudù e Roland allunga al morto rosso-verde una moneta. Ma il nostro non è ancora contento e ricomincia il suo maneggio all’indirizzo di Carlito che sgancia una seconda moneta. L’esoso che ritorna, senza cambiare lato della macchina, si indirizza a me, ma, a questo punto, Ibe inganna la retro e ce ne andiamo.
Una decina di chilometri a sud di Allada, proseguendo verso Cotonou, il commercio quasi onnipresente ai lati delle strade del Benin, che raggiunge la massima concentrazione attorno ai centri abitati (per quanto microscopici siano i villaggi), si fa improvvisamente parecchio bizzarro. Le due merci più diffuse sono infatti le casse da morto e quelli che sembrano essere paletti stradali, lunghi parallelepipedi stretti e bianchi che terminano con una piramidina rosso accesa in punta. Chi mai li comprerà?
Durante la notte i revenants ritornano anche attorno alla Maison de la Joie: tamburi, canti, danze e musica fino a tardi; ci dicono fino all’alba.



(nella foto: un momento della lavorazione del burro di karité)

24 settembre 2009

16 agosto - Pabegou - Taneka Beri - Autorità

A Pabegou c’è un dispensario gestito da due suore: due portenti. La più anziana, quella che ci fa visitare il luogo, parla pure l’italiano: ha lavorato tre anni al Gaslini di Genova (e ha conosciuto Giovanni Paolo II, ci dice con orgoglio). Flavio ha fatto molto per questo dispensario: ha costruito padiglioni, sta alzando un altro edificio e sta occupandosi del nuovo serbatoio d’acqua. La suora è uno spettacolo, ci racconta che ogni giorno vengono in consultazione dai 10 ai 25 pazienti e che nella maggior parte dei casi sono malati di malaria. Spesso anche anemici (ça va avec), soprattutto i bambini. Anche perché, commenta, “vengono da noi quando proprio non ne possono più, quindi ci troviamo spesso a operare in situazioni di urgenza”.
Quando ci fa vedere l’armadietto dei medicinali trasecolo: non c’è quasi nulla. Eppure alla suora non mancano energia né buonumore. Tra l’altro è superospitale e ci trattiene per dividere con lei, con la consorella suor Nicole, con il prete venuto da Djougou a celebrare la messa e con il suo assistente, la colazione. Visto che l’abbiamo già fatta da Rosalie, la mamma di Justine, accettiamo solo una tazza del più curioso Nescafé che abbia mai assaggiato: alla citronella.
In seguito andiamo a visitare uno dei due villaggi Taneka, Taneka Beri. L’altro, Taneka Koko, si trova a circa 1,5 km a fondovalle. Prima tappa il guaritore, almeno secondo Roland, perché secondo la descrizione che ne dà Marco Aime nelle “Nuvole dell’Atacora” sembra essere un boro-te, cioè una sorta di sacerdote. Il venerabile vegliardo fuma una lunga pipa piena di tabacco ed è vestito, o piuttosto a malapena coperto, da una pelle di capra. Dopo i convenevoli e le domande di rito paghiamo 2000 franchi per fargli una foto. E il suo consigliere si incazza perché vuole una foto (e soprattutto i soldi) anche lui.
Ce ne andiamo perciò rapidamente verso la grotta sacra di Varun, guidati da uno dei giovani figli del re. Il sentiero attraversa il villaggio e passa davanti all’albero sacro dove vengono praticate le circoncisioni e le escissioni (sebbene, come ho già scritto, siano proibite, non è escluso che vengano ancora praticate. Un’oretta più tardi dal re vedremo un manifesto che fa propaganda contro l’escissione e dice che la mancata denuncia di un’escissione viene sanzionata con un’ammenda da 50 mila a 100 mila CFA). Poi il cammino si inabissa in un mare d’alta erba, con parcelle di terreno coltivate a manioca. Attorno un paesaggio stupendo: ancora quello dell’Atacora. Dopo una ventina di minuti la strada scende rapida (e si intravede Taneka Koko, il secondo villaggio) per poi inerpicarsi verso la grotta. All’interno della grotta i giovani uomini che dovranno essere circoncisi (hanno 18 anni) vengono a fare i sacrifici: ognuno di loro deve ammazzare un animale. La carne di questi ultimi verrà divisa tra tutti gli abitanti del villaggio (260 secondo il re, ma non conta quelli che sono andati a lavorare nelle fattorie), ma parte dei resti, residui di pelle, piume, ossa e teschi, rimane qui a comporre il feticcio. Accanto a questo, fino a poco tempo fa si apriva l’imboccatura di un tunnel che portava fino al palazzo reale di Djougou. Per entrarvi bisognava essere iniziati e possedere poteri mistici.
Rientriamo al villaggio e andiamo a rendere omaggio al re, che regge un bellissimo scettro intagliato, probabilmente in teak: sulla cima un leone che sovrasta una capanna, entrambi retti dalla groppa di un elefante, che, a sua volta, simboleggia il re. Sotto l’elefante una figura d’uomo, il figlio del re, e tre figure di donne, che, come le famose scimmiette, si coprono una le orecchie, l’altra gli occhi, l’altra ancora la bocca: non sento, non vedo e non parlo per la pace del focolare. Il re, che esercita il suo potere aiutato da un consiglio di dieci saggi, è stato designato dai membri della famiglia alla morte del precedente sovrano, cinque anni fa. Ha due mogli e dieci figli e ha un aspetto pacioso. Per i soliti 2000 franchi possiamo fotografarlo, ma, più affabile del boro-te, vuole anche che facciamo una seconda foto insieme.
Ore 19.30 circa: maison de Rosalie, Djougou: primo black out da quando siamo in Benin. Non funzionano neppure i cellulari, quando manca la corrente: bizzarro. La luce torna dopo una mezz’oretta, ma i ripetitori continuano a essere spenti, dunque il cellulare di Carlito, con suo grande scorno, rimane muto.



* Nel panorama del Benin proliferano alberi di metallo bianchi e rossi: i ripetitori. Tutti hanno un cellulare.



(nelle foto: dall'alto, il boro-te e il re di Taneka Beri)

23 settembre 2009

15 agosto 2009 - Around Djougou

La prima tappa è Afatahn, villaggio sperso nella foresta che raggiungia- mo con qualche difficoltà: la Peugeot di Ibe si rivela niente male perché quella che percorriamo non si può neppure definire pista. La visita ad Afatahn ha lo scopo di farci visitare un pozzo (profondo 11 metri), costruito grazie ad alcuni compari di Flavio (su una pietra, proprio accanto al pozzo, c’è incisa una scritta “Silvana, x dicembre 2008”). I bimbi, come al solito, sorridono, gli uomini si mostrano cortesi e le loro spiegazioni sono esaurienti, ma al momento di salire in macchina una donna di mezz’età inoltrata, che ci ha seguito tutto il tempo, tende la mano e chiede “Argent, argent”. Caso mai dimenticassimo un istante che siamo i soliti portafogli ambulanti.
Rientrati a Djougou, passiamo al lebbrosario, ma il responsabile è a messa e lo stesso vale per le suore che gestiscono un centro per bambini orfani. La fortuna, comunque, ci arride: proprio oggi si svolge il congresso dell’RDI-ANFANNI, Ressemblement des Démocrates Indépendants, il cui simbolo è un bufalo e il cui slogan recita “Ensemble gagnons le pari du développement”. La maggior parte dei presenti indossa una T-shirt bianca con simbolo del partito sul cuore e scritta-slogan in verde sulla schiena. Al centro del terreno, su uno spiazzo vuoto circondato da sedie in plastica, poltrone e divani in pelle, si esibiscono gruppi vari di ballerini in abiti tradizionali, cori e musicisti.
Mi piacciono molto i primi, gruppo Yssé-yssé, cui seguono due équipe di ballerini zunari (almeno credo, non so che voglia dire. Proprio come Yssé Yssé) e diverse corali femminili. Il mio vicino mi fa da cicerone e mi avvisa quando arriva un gruppo di musicisti interessanti, ma Carlito e io, unici bianchi presenti, siamo anche pressoché i soli a rispondere all’invito del presentatore ad applaudire (fanno eccezione gli spettatori in tribuna, che, però, sono lontanissimi dal centro dell’azione e che, per un motivo a noi ignoto, sono in stragrande maggioranza donne. Mi domando se la cosa abbia a che fare con il fatto che a Djougou la maggioranza degli abitanti è musulmana. In Benin il 50% della popolazione è animista, il 30% cattolica e il 20% musulmana. Anche se tutti, dicono, seguono il vudù).
Nel pomeriggio visitiamo il lebbrosario locale, dove degenti fissi sono “soltanto” i cosiddetti “casi sociali” (c’è una signora che sta qui dal 1956) e dove impariamo un mucchio di cose sulla lebbra dall’infermiere che gestisce il centro. Il Benin ha raggiunto l’obiettivo che si era prefisso nel 1990: un caso di lebbra ogni 10 mila abitanti, “dunque”, ci dice il signore con una nota triste nella voce, “la lebbra non è più un problema di salute pubblica in questo paese”.
Dopo la visita al lebbrosario, andiamo in un centro religioso dove tre suore accolgono i neonati orfani di madre. Li tengono fino ai nove mesi di vita insieme alla donna (in genere una nonna o una zia) che li accompagna, poi, dopo lo svezzamento, i piccoli fanno ritorno al villaggio. A questa regola c’è una triste eccezione, che commuove l’energica, formidabile suora che ci fa da guida: Maxime. È un ragazzino sieropositivo di 11 anni con un magnifico sorriso; Maxime vive lì: il padre è morto di Aids, la madre è dispersa (la suora lascia intendere, ma forse la mia è solo malizia bianca, che sia andata a spargere Aids altrove, dunque probabilmente pensa faccia la prostituta), i fratelli maggiori troppo giovani per occuparsi di lui e, per giunta, anche loro sieropositivi. Così non c’è nessuno in grado di garantire che Maxime segua il trattamento regolarmente. E, comunque, il fratello e la sorella vanno pure loro a curarsi dalle suore.
Maxime ci gira attorno. Gli parlo un po’, ma vincere la timidezza è per lui una fatica improba. Però accetta di stringermi la mano, poi persino una carezza lieve e, intanto, sorride. Sempre.



(nelle foto: tramonto a Djougou; particolare dell'abbigliamento dei ballerini)

21 settembre 2009

14 agosto 2009 - Coming back to Djougou

and waiting for the king. Tre giorni fa, quando abbiamo provato per la prima volta a incontrarlo, il re di Djougou era in viaggio. Comunque la bottiglia di sciroppo con cui i turisti sono tenuti a omaggiarlo lo attende pronta.
Aspettiamo pure Roland che si è recato appunto a vedere se il re sia disposto a riceverci. Ibe, visto che è venerdì, è andato a pregare. Seduta sul divano della nonna di Roland, mamma di Justine, suocera di Christian, mi domando oziosamente perché mai nei paesi caldi ricoprano sempre divani e poltrone di lane, velluti o sintetici che sprigionano calore al solo guardarli. Non è la prima volta che me lo chiedo ma mi dico che in Benin il cotone si produce, le pezze di stoffa si vendono ovunque, perciò l’usanza mi sembra ancora più bizzarra.
Il re, manco a dirlo, continua a essere latitante, ergo ne faremo a meno: lo sciroppo acquistato per lui resterà qui, speriamo sia apprezzato anche da individui non regali. Partiamo così alla volta di Barhein, villaggio natale di Christian e Thérèse. La mamma di Christian parla un ottimo francese e la famiglia sta decisamente bene: bella casa, pollaio, due manghi e donne che preparano le arachidi caramellate (o, meglio, una sorta di croccante di arachidi). Viceversa il papà di Thérèse e la sua famiglia non sembrano passarsela al meglio. Il fratello è bello, ben vestito, pulito, altri un po’ meno. L’ospitalità è comunque squisita e tutti ci stringono le mani. Una donna ci chiede soldi in cambio dei pochi chicchi di mais che ci mostra nella cesta; è vagamente aggressiva, ma siamo bianchi ed è nell’ordine naturale delle cose. Il padre di Thérèse è compitissimo e ci spiega che tutta la confusione che ci circonda è dovuta al fatto che c’è appena stato un lutto in famiglia. Sono musulmani e c’è un signore che passa tra loro declamando qualcosa in un minimegafono. La nuova moglie del padre di Thérèse (la mamma è morta molti anni fa), che, come il vecchio signore, non parla francese, mi fa capire che trova i miei orecchini e i miei braccialetti molto belli e sono certa che sia un complimento. Poi, mentre ce ne stiamo andando, un’altra signora indica i miei braccialetti e mi fa intendere che sono una bastarda e che butto il mio denaro in stronzate. Magari sono vere entrambe le opinioni. Risalita sull’auto osservo i lati della strada dal finestrino e, sì, mi sento una ricca stronza e nient’altro.
Per fortuna si prosegue e le mie paturnie vengono accanto- nate. A Tiranda andiamo in visita da Baba nonsonriuscitaamemorizzareilnome. È un guaritore: cura gli arti, le fratture e similia, mestiere che si tramanda di padre in figlio (il vecchio padre cieco è seduto poco distante da noi nella corte familiare; accanto a lui un altrettanto venerabile zio). Nel cortile ci sono il guaritore, il suo assistente, il suo consigliere, i malati, un mucchio di bambini e curiosi vari. Ci scambiamo complicati e deferenti saluti, ci presentiamo (Carlo e io), facciamo domande, riceviamo auguri, auspici e richieste. Alla fine omaggiamo il guaritore con una banconota e gli lasciamo il nostro indirizzo (a proposito, devo inviar loro le foto). Tutti si proclamano felici e contenti. E vissero.



(nelle foto: où va le monde?; il guaritore (quel signore che accarezza il cane) e la sua corte)

18 settembre 2009

13 agosto - ancora Koussou, Tanguieta e le cascate di Tanougou - Sorpresa

Wow: l’ingresso piccino della camera della tata somba è un inganno, all’interno è una delizia, una capannina con il tetto alto a cono, nella quale i nostri ospiti hanno sistemato un materassino matrimoniale con cuscino e lenzuolo, tutto pulitissimo, tanto che non tiriamo neppure fuori i nostri sacchi. Dormiamo benissimo, cullati dal canto di qualche cicala e da un lontanissimo gracidare.
Al risveglio un sole bellissimo, i campi di mais e di sorgo verdi e i baobab, splendidi. Poi colazione al belvedere, dove becchiamo quattro giovani francesi che girano in taxi brousse; assaggiamo la famosa bouillie, a base di fonio, che i beninesi bevono a colazione e che si rivela essere una sorta di semolino insipido.
Il soggiorno a Koussou è quasi terminato, resta da raccontare uno spaccato di economia africana: l’associazione “La Perle de l’Atacora” ha chiesto un preventivo all’azienda elettrica nazionale per cercare di avere la possibilità di accendere qualche lampadina, magari di avere un computer, un frigo senza generatore, una radio e poco altro (ah, già, ho scordato: a Koussou l’elettricità non c’è). La compagnia elettrica ha dato i numeri: ha chiesto loro 36 milioni di franchi (quasi 600 mila, dicasi 600 mila, euro) per l’allacciamento alla rete. Si vede che è un lavoro complesso, direte voi. Macché: i fili dell’alta tensione passano proprio accanto all’accueil. Ora i ragazzi della Perle hanno sottoposto la cosa agli Électriciens sans frontières (sì, ci sono pure gli elettricisti senza frontiere), ma per il momento giace.
Ripartiamo verso Tanguieta per visitare l’ospedale Fatebenefratelli-Saint Jean de Dieu, fondato negli Anni 70 da tal padre Fiorenzo. All’ingresso incrociamo i napoletani, entusiasti dell’ospedale e in partenza per il Togo. Suor Teresa (79 anni portati benissimo, secondo i napoletani) ci conduce a fare il giro della struttura e confesso che questo ospedale, con i suoi reparti e la sua scuola, malgrado la mancanza di posti letto (300 per 450 malati), mi sembra un miracolo. Specie dopo aver visto ieri il dispensario di Koussou.
Finale alle cascate di Tanougou, con bagno, pioggia e relax.



(nella foto: il tetto della nostra camera nella tata somba, visto dall'interno)

12 agosto - Kota, Natitingou, Koussou - Ma chi ce lo fa fare?

A Djougou il diluvio universale ci tiene bloccati nella parte della casa della mamma di Justine riservata agli ospiti, mentre tutti gli altri stanno dall’altra parte del cortile. Appena la pioggia diventa meno fitta, ci dirigiamo verso l’auto, dove Ibe e Roland già ci aspettano sonnecchiando. Sulla strada per Natitingou, deo gratias, la pioggia cessa, così la gita alle cascate di Kota è piacevole, con quell’aspetto di déjà vu che hanno le cascatelle un po’ ovunque. Il verde è davvero intenso, la terra davvero rossa e il contrasto tra i due colori davvero magico.
Dopo la lunga sosta meditativa alle cascate andiamo a visitare un progetto gestito da tal Françoise (che lavora per diverse Ong). Françoise non c’è, ma passeggiamo per il terreno e, a dire il vero, questa impresa agricola non sembra un gran successo; pare, anzi, al limite dell’abbandono. Ma Roland giura che appena un mese fa era florida, dunque, probabilmente, è solo questione di sfiga. Intanto l’Atakora già ci accompagna nei percorsi e il sole splende. Speriamo continui.
Mi sa mi sa che sono io che mi porto sfiga: ritiro quello che ho scritto sopra. Natitingou ore 15.30: questo è il diluvio universale, mica quello di stamattina. Siamo in un Internet café (che qua chiamano cyber, con l’accento sulla e, ça va sans dire) ma, causa pioggia, la connessione è saltata. A dire il vero non era mai partita, dunque ça revient au même, ma ora siamo, per così dire, prigionieri dentro il cyber: porte e finestre chiuse, clienti davanti a uno schermo muto. No news. Il primo segnale che la pioggia è cessata è quello di connessione sul computer che ho davanti: da rosso diventa verde. Il gestore riapre porte e finestre e conferma che si può navigare. Più o meno, in ogni caso: apro la pagina di free, ma non riesco a inviare messaggi, solo a leggerli. Tant pis.
Usciti dal cyber, si parte alla volta di Koussoukouangou, il villaggio Betamaribé dove visiteremo le tata somba. È tutto molto organizzato: ci fermiamo all’ingresso del villaggio all’accueil dell’associazione “La perle dell’Atacora”. Ci propongono tre circuiti di scoperta: uno da un’ora-un’ora e mezzo per visitare Koussou (come tutti qui chiamano Koussoukouangou) e le tata somba e terminare al belvedere con la sontuosa vista sull’Atakora; il secondo porta nella savana e ad altri villaggi e dura quattro ore. Il terzo è il circuito coloniale ed è una vera e propria marcia. Propendiamo per il primo (con la riserva di affrontare eventualmente il secondo domattina), anche perché la pioggia, seppur modestamente, ricomincia a cadere. La nostra guida è adorabile, ci spiega la struttura delle tata, le grandi, a tre terrazze, di cui una per la doccia, e quelle “standard”, a due, ci mostra la tata “tempio” e i feticci protettori fuori da ogni casa. Le tata sono tutte intagliate, un po’ come i volti dei Betamaribé e la guida ci spiega che, tradizionalmente, sopra l’impasto di terra argillosa, acqua e sterco di vacca, viene steso il burro di karité sul quale si fanno i disegni.
Dopo il giro, è deciso: malgrado ripetuti tentativi di dissuasione da parte di Roland, dormiremo in una tata somba e ceneremo in loco (ovvero alla buvette dell’associazione). Confesso che sono parecchio preoccupata ma mi dico, da un lato, che, male che vada, pure fosse un incubo terribile, non si tratterà che di una notte; dall’altro che da bambina mi sarebbe certamente piaciuto da matti dormire in un posto così, perciò si tratta solo di riconnettermi alla bambina che sono stata. Invece. Invece la frugale cena al buio preoccupa un cicinin pure Carlito. O forse sarà stato l’uomo dei cani: un poveretto in bicicletta che si trascina dietro sette animali, uno adulto, immagino la mamma, e sei piccoli, legati al velocipede con bastoni e corde. È un mercante di cani, vende i cuccioli a 6.000 franchi l’uno e la grande, che poi dice non essere in vendita, a 12-15 mila. Il mercante non sembra in gran forma e i cani sulla soglia che precede la malnutrizione. In ogni caso le guide, il gestore della Perle dell’Atacora e compari lo prendono un po’ in giro e lui sta al gioco: per questa notte lui e i cani dormiranno al riparo, sotto la tettoia dell’accueil.



(nelle foto: le cascatelle di Kota; Natitingou: si avvicina il diluvio; tata somba con bambini)

16 settembre 2009

11 agosto - Djougou - Le ruote girano. A volte

Ieri sera abbiamo avuto un’occa- sione formi- dabile che abbiamo sfruttato solo a metà: assistere a una festa dei seguaci del dio del vaiolo, con tanto di sacrificio di agnello. Non che ci fossero un milione di bianchi, probabilmente una ventina in tutto e almeno 200 locali, dunque non era una farsa per turisti, però non è stato neppure un candomblé (il termine è brasiliano, ma non so come lo chiamino in Benin) così emozionante. Carlito, poi, lo trovava di una noia mortale. Perciò, dopo un paio d’ore, abbiamo deciso di mollare il colpo e di andarcene. Per poi vagare un bel 45 minuti alla ricerca dell’auto con Roland, Ibe e la torcia del cellulare di Roland (il telefonino con torcia è un modello diffusissimo in Benin. Personalmente non ne avevo mai visti prima, anche se mi assicurano che anche in Thailandia sono piuttosto in voga). Seppure a fatica abbiamo comunque riguadagnato Chez Monique e i nostri letti. E la partenza verso il nord ce la siamo assicurata.
A 85 km da Abomey ecco Dassa, annunciata da una natura lussureggiante, un mucchio di baobab e un esercito di colline (41, si dice, ma è solo per il valore simbolico di questo numero sacro. Quarantuno sono anche le mogli che accompagnano il re - per definizione in Benin un re non muore, va in viaggio - nella sua escursione definitiva) dai rilievi accidentati. Un tempo questo era il regno di Ifita.
La giornata è ritmata dall’imprevisto: tra Savalou e Bassila, l’albero di trasmissione si scollega dalla ruota anteriore destra. Per fortuna Ibe se ne accorge immediatamente (ma, forse, chiunque, chissà, è in grado di sentire subito che una ruota non risponde) e accosta. Bisogna allora fermare qualcuno e in un istante Ibe blocca un’auto strapiena, mentre un similjeeppone ci sfreccia di lato. Due o tre uomini escono dal veicolo, si inchinano, si sdraiano, studiano il da farsi, poi estraggono dal bagagliaio della loro auto una corda e ce la portano. In quel mentre il jeeppone di cui sopra torna indietro e uno degli uomini a bordo chiede se abbiamo bisogno d’aiuto. A questo punto attorno alla nostra ruota ci sono sei o sette beninois che discutono (Roland, un po’ perché ha la febbre, un po’ perché è fatto così, se ne sta in disparte). Uno di loro è sdraiato a terra e sta già legando la ruota all’albero con la corda che ha portato; un secondo prende in giro il nostro autista perché la ruota in questione è avvitata con tre bulloni anziché con quattro; un terzo si lamenta perché gli stiamo facendo perdere tempo. Il primo ha comunque la meglio: la riparazione provvisoria numero uno è fatta, il jeeppone riparte in tromba e le altre due auto si rimettono in cammino. Veniamo infatti scortati al più vicino villaggio dove Ibe cambia la corda con un pezzo di caucciù. Ringraziamo e ripartiamo come se la riparazione fosse definitiva.
A Djougou pranziamo chez la maman de Justine (nonna di Roland, dunque), tranquilli. Il pomeriggio, infatti, non prevede granché: bisogna riparare l’auto. Andiamo comunque a visitare una cooperativa di donne che filano e producono tessuti: l’energica signora che ci accoglie spiega bene e mostra altrettanto bene come si lavora al telaio, in verticale, orizzontale e al “gran lavoro” verticale, ma nel complesso le signore sono un po’ esose, almeno rispetto ai prezzi dei tessuti più svariati che abbiamo visto nel mondo. Compriamo comunque una sciarpa tinta con lo zenzero: è il nostro modo di contribuire a finanziare la cooperativa, che, tra l’altro, ha anche una scuola per apprendiste, dove insegnano svariate materie, tra cui, per esempio, francese e matematica.



(nella foto: quando si dice carico. Sulla strada per Djougou)

14 settembre 2009

10 agosto 2009 - Abomey-Bohicon - Toc, toc, virginie: siamo in Africa

Partenza da Ouidah sotto le nuvole poco dopo le 9 del mattino. La stagione delle piogge qui al sud è appena finita e nel complesso il paese in questo momento ha l’aria molto verde. L’auto su cui viaggiamo (sempre la stessa fin dalla prima sera, dall’aeroporto) non ha lo specchietto retrovisore ma solo i due laterali. La cosa però non sembra affatto turbare Ibe (da Ibrahim), che guida su qualsiasi strada con la stessa elegante flemma.
Prima di arrivare ad Abomey (“è un po’ lo spartiacque nord-sud” Flavio dixit), ci fermiamo ad Agongointo. È una sorta di villaggio sotterraneo, scoperto nel 1998, nella cui area si aprono 56 rifugi. In effetti gli abomeyani si nascondevano qua sotto all’arrivo dei nemici, li attiravano in trappola nel salone centrale del rifugio oppure li lasciavano passare sopra le loro teste e li sorprendevano poi alle spalle. Pare che nella regione di Abomey ci siano circa 1500 rifugi come questi. Quelli di Agongointo risalgono al XVIII secolo.
Ovunque, attorno, la terra è rossa, magnifica. Abomey, a prima vista, mi piace un sacco, Carlito non capisce perché. Non saprei dirlo, saranno le case basse, la terra rossa, l’indolenza. In ogni caso, Chez Monique, punto di approdo per il pranzo nonché per la notte, ha un magnifico giardino tropicale con vari gazebo sparsi, sculture in legno e animali in carne e ossa, ed è un piacere trascorrervi un po’ di tempo. Un po’ troppo tempo, a dire il vero: Roland, il nostro accompagnatore-guida, e Ibe sono sempre dispersi. Sono le tre passate e non ce n’è traccia. Alla fine giungono un po’ affannati: la ruota posteriore sinistra, che Ibe ha cambiato ieri, ha ancora dei problemi e tanto l’autista che Roland hanno passato un mucchio di tempo dal meccanico.
Si parte comunque alla volta del museo di storia di Abomey, che ha sede nel palazzo reale dei re Ghézo (1818-1858) e Gléle (1858-1889), di cui si dice avesse 4000 mogli, padre di Behanzin il resistente, il re sconfitto dai francesi che nel 1893 diede fuoco ai palazzi. Quel che resta dei 40 ettari di regge successivamente accumulatesi nell’area, tra qualche reperto, come il trono di Ghézo che poggia su quattro crani umani (c’è anche uno scacciamosche pure più macabro, fatto con un cranio e una mandibola di un nemico e la coda del cavallo dello stesso), l’arazzo che racconta parte della storia del regno del Dahomey e i bassorilievi, è senza dubbio il monumento più bello e interessante tra quelli che abbiamo visto finora. È un’ulteriore conferma: Abomey è una figata. L’Unesco è d’accordo con me: il palazzo in questione è l’unico sito in tutto il Benin che è entrato nella lista protetta del Patrimonio dell’Umanità. Peccato che le guide, due ragazze, due vere fighe, siano un po’ frettolose. Fosse stato per loro i bassorilievi manco li avremmo visti, ma virginie non perdona, si sa.
Le due gnocche sono comunque squisite se paragonate al farabutto che ci accoglie nel palazzo del re Dakodonou (nel villaggio di Houawé-Zounzonsa): 5000 franchi a testa per entrare e neppure mezza spiegazione. Secondo Roland c’è pure andata bene, l’ultima volta i turisti che ha accompagnato hanno dovuto sganciare di più. Mah. Il truffatore ci porta a vedere tre leoni spelacchiati e malconci, in particolare il maschio adulto, che sembra pure ferito, ma non dice neppure una parola su Dakodonou (1620-1645), che fu il primo re del Dahomey. Le rovine del palazzo, malgrado il ciarlatano e i leoni, hanno comunque charme sufficiente, peccato che il rompiscatole ci assilli per avere 2000 franchi supplementari per fotografare il sacro baobab (che poi è un iroko). Gli spiego, un po’ veemente, come solo virginie sa essere, che manco il Louvre è così caro e alla fine, purché riprendiamo l’albero, ci fa fare la foto gratis. Peccato che l’iroko in questione non sia granché fotogenico. E peccato anche che per la prima volta sia successo l’incredibile: ho perso la pazienza in Africa. Devo andare a farmi curare.



(nelle foto: una maschera nel giardino di Chez Monique, ad Abomey; nel palazzo di Dakodonou)

10 settembre 2009

Sempre a proposito di Benin

9 agosto 2009 - Agbodrafo e Lomé - Incursione in Togo

Piccolo spazio pubblicità: i manifesti per la prevenzione dell’Aids sono ben presenti su tutta l’arteria costiera. Idem dicasi per la pubblicità ai preservativi (compresi quelli al gusto di banana), ma in Togo spiccano anche i cartello del Psi. Il primo è ottimo: “Parlons de la sexualité à nos enfants pour une vie épanouie et responsable”. Il secondo a me pare pessimo: “Je suis jeune pour le sexe. L’abstinence c’est mon choix”; i due giovani ritratti mostrano un palmo ciascuno sul quale sta scritto “C’est ma vie”. Mi sembra, ma magari sbaglio, voler ficcare a tutti i costi la testa sotto la sabbia: che vuol dire predicare l’astinenza in un paese (perché dubito che il Togo sia diverso dal Benin, in questo) in cui è normale avere rapporti sessuali a 16 anni e anche prima ed è frequente ritrovarsi incinte a 17? Mi consolo con una pubblicità, in Togo, riservata alle Nana Benz, che mi fa morir dal ridere (per capirci: nana in francese sta per ragazza e le Mama Benz sono le matrone che si muovono in Mercedes ostentando il loro grano).
Abbandonando gli spot e tornando un passo indietro, confesso che alla frontiera i togolesi sembrano parecchio più arroganti e molto, molto meno simpatici dei beninois. Poi va a sapere. In fondo noi il loro paese lo scaghiamo, manco ci fermiamo una notte a dormire, mentre in Benin possediamo pure un indirizzo: forse sono solo offesi.
La prima tappa mi sorprende perché me ne ero completa- mente scor- data: la Maison des esclaves ad Agbodrafo, in effetti la casa dei negrieri. Anche qui è passato l’Unesco e ha benedetto ma non resta granché da vedere: una casupola sgarrupata, un pavimento in legno d’epoca tarlato e semi-pericolante, un tavolo e un paio di madie vecchie, brutte, mal conservate e un po’ insulse. La cosa più interessante è quella dolorosa: la cantina dove mettevano gli schiavi. L’ingresso è un arco bassissimo che si apre nel muro esterno della casa: per entrarvi i prigionieri dovevano mettersi a quattro zampe. Dopodiché non avevano alcuna possibilità di rialzarsi: la cantina è alta 1,25 m e uomini e donne potevano al massimo restare seduti. Il cicerone togolese a questo punto apre una botola che si trova accanto al tavolo della sala da pranzo e ci mostra la cantina-camera oscura nella quale gli schiavi trascorrevano il consueto mesetto ad abituarsi al buio e alla posizione supina prima di essere imbarcati sulle navi che li avrebbero portati in America.
Poi si riparte per Lomé. Costeg- giamo la bella spiaggia di Aneho sulla quale più tardi (è domenica) i togolesi picnicheranno e per via scopriamo di essere “pedinati”: dall’auto che ci segue sbucano i tre cooperanti della Maison de la Joie che abbiamo conosciuto ieri sera, Erika, Fla e Simona. Si prosegue perciò insieme alla volta del mercato dei feticci (“la farmacia tradizionale”, come la chiama il signore che ci mostra teste, corna e pelli varie), che, tutto sommato, puzza e fa un po’ schifo. La guida, però, è un mostro di eloquenza e, visto che anche quella della casa degli schiavi era piuttosto dotata, mi trovo a pensare che i togolesi abbiano probabilmente scuole migliori dei beninois. Magari è un caso, ma l’impressione trova una sorta di conferma nei dati Unicef 2000-2007 relativi ai due paesi: in Togo il tasso di alfabetizzazione tra gli adulti è del 53%, in Benin del 41%. Quanto al tasso di frequenza delle scuole elementari è dell’80% in Togo e del 67% in Benin.
L’incontro con il féticheur, in ogni caso, è la sòla che ci si può aspettare, ma visto che un gri-gri (ossia un amuleto), sia pure semi-fasullo, lo voglio a tutti i costi, un po’ gli dò retta, mi faccio fregare il minimo indispensabile e ricevo in cambio benedizione, gri-gri e biglietto da visita del mastro-féticheur.
Il resto di Lomé, che dorme sotto una domenica qualsiasi e ci accoglie con mercati e negozi chiusi, lo sbirciamo solo dalla macchina, ma basta per rendersi conto di quanto sia grande il porto. Qui noto la presenza della Grimaldi Togo, ma rientrando in Benin mi accorgo che esiste pure la Grimaldi Benin.



(nelle foto: parrucchiere on the road; l'ingresso della cantina della Maison des Esclaves ad Abdografo; il mercato dei feticci a Lomé)

09 settembre 2009

8 agosto 2009 - Porto Novo - La capitale (finta, quella vera è Cotonou. O viceversa)

On the road si imparano un sacco di cose. Per esempio si nota facilmente che proliferano anche qui in Benin (come un po’ in tutta l’Africa e in tutta l’America latina) un bordello di chiese evangeliche pseudo-settarie. Il concetto è semplice: l’importante è credere. Tanto più che il 50% della popolazione, qui, è animista, ma, a essere onesti, bisognerebbe dire che lo è il 100%: il sincretismo è la norma e, appunto, l’unica cosa inconcepibile è non credere. Il risultato è che dio viene invocato per un sì e pure per un no. Su un cartello che mi sfila di fianco leggo così “La mano di dio”, mentre una scritta “Dio esiste” indica un coiffeur a 250 metri e un anglofono “God is one” è in realtà il manifesto di una vendita di cemento. Insomma, magari dio non è morto, ma a me sembra precipitato abbastanza in basso. Almeno nella mia visione cinico-atea del mondo, perché Kapuscinski, che, se ho ben capito, ateo non era, in queste invocazioni a dio pure sulle fiancate degli autobus vede l’assoluta commistione di divino, spiritualità e vita quotidiana della weltanschaaung africana.
La prima meta della giornata è il Centre Songhai, fondato nel 1985 da un prete nigeriano, tal Nzamujo Godfrey Ugwegbulam, che insegna in una non meglio specificata università Usa e partecipa a convegni in tutto il mondo per promuovere questa realtà. Il centro è una scuola pilota di agricoltura (accoglie 1500 studenti), che "utilizza tecniche biologiche e dinamiche e organizza corsi per il ciclo ecologico anche per i rifiuti organici, attraverso la produzione di gas metano, utilizzabile per i fornelli a gas". È una scuola conosciuta in tutto il paese, che lavora in stretta collaborazione con l’IITA, International Institute of Tropical Agriculture, con sede in Nigeria (del resto esploriamo il centro insieme a una loro troupe) e si mantiene grazie a sostegni statali e internazionali e grazie all’allevamento di animali, dai polli, allevati con sistemi bio ma in batteria, alle carpe, passando per tacchini e pesci gatto: tutti giganteschi. Logo del centro: un’aquila, “perché abbiamo la stessa visione”.
Dal mondo perfetto di Songhai passiamo alla confusione del mercato di Porto Novo, dove mi becco una buona quantità di pizzicotti e un “Ago” (“Largo”). Giustamente non per tutti siamo i benvenuti. Christian dice che ci toccano e ci palpano più come omaggio (come fossimo talismani, ma questo lo aggiungo io). Come al solito molti ridono e molti vogliono salutarci. All’uscita del mercato un bambino ci omaggia di un “Au revoir, yovò”, arrivederci bianchi.
Segue la visita al Museo Etnografico di Porto Novo, aperto negli Anni 50, basato sul ciclo della “Nascita, vita e morte nella Repubblica del Benin”. La collezione comprende maschere bellissime e anche un superbo tamburo funerario. Qui impariamo tra l’altro che somba è un termine incorretto e quasi dispregiativo, quello giusto sarebbe Betamaribé. Poi è la volta della Grande Moschea (nella foto), unica al mondo perché costruita come una cattedrale cattolica coloniale, solo edificio sacro di cui i costruttori avessero esperienza (secondo la versione più suggestiva dei fatti; un’altra versione, meno poetica, vuole invece che si tratti semplicemente di una chiesa trasformata in moschea). A me sembra bellissima, gialla, verde e rossa (i colori della bandiera del Benin), ma Carlito, Patrizia e Francesco sono di tutt’altro avviso. A me pare, viceversa, che pure il quartiere dove si trova la moschea, che è quello brasiliano, meriterebbe un approfondimento. E, in generale, mi sembra che Porto Novo meriterebbe che ci passassimo una notte, tanto per assaporare un po’ com’è. Architettura coloniale non ce n’è granché, probabilmente, ma qualcosa abbiamo intravisto attorno all’Assemblée Nationale (odierna, quella nuova è in costruzione), che, del resto, ha attualmente sede nell’ex Palazzo del Governatore. Si termina nell’antico palazzo reale (neanche tanto antico, è del XIX secolo), che ospita quello che pomposamente viene chiamato “Museo storico Honmé”: 1000 CFA a testa per entrare, 2000, complessivi, per far foto (“proibitissimo”) e guida odiosa.

07 settembre 2009

7 agosto 2009 - Ganvié - Ma quale Venezia?

Ieri sera Thérèse (adorabile. E non per quanto sto per raccontare. Proprio general- mente adorabile. Attenta, discreta, dolce: una perla) ha offerto a Francesco, Carlito e me la “famigerata” grappa locale, distillato ricavato dal vino di palma, il sodabi, “una sensazione simile a uno choc”, effettivamente fortina, ma non priva di gusto.
Oggi a pranzo, invece, nel ristorantino gestito dalle signore della Maison de la Joie, abbiamo assaggiato un’altra specialità locale: l’igname pilée, una specie di grosso gnocco (l’igname è una sorta di patata dolce), che abbiamo mangiato con una squisita salsa di arachidi nella quale galleggiavano pezzetti di carne e fettine di un curioso formaggio rosso scuro dall’interno bianco, il formaggio peul, davvero niente male. E brave le nostre signore cuoche.
Finita la parentesi alcolo-gastronomica, confesserò che la gita a Ganvié, viceversa, non mi ha precisamente entusiasmato. Intanto, per arrivare all’imbarcadero a Cotonou ci vuole circa un’ora e un quarto, da passare lungo la solita strada fetente di benzina. Si giunge così al lago Nokoué: decine di piroghe si avvicendano all’attracco per andare a vendere il pesce. A bordo sono quasi tutte donne: sono loro le pescivendole, acquistano la merce dai pescatori e la portano poi al mercato. La pesca avviene in modo abbastanza curioso: gli uomini vanno in cerca di ramoscelli e rami e li piantano poi nell’acqua. Il legno che si decompone attira i pesci nella rete e ai pescatori basta raccoglierla.
Ganvié, detta ultra-pomposamente la Venezia d’Africa, è un villaggio di 45 mila abitanti costruito su palafitte, nel lago Nokoué. Fu fondato nella prima metà del XVIII sec. da una comunità che fuggiva alle razzie degli schiavisti. Ganvié significa infatti “collettività di popolazioni che vivono in pace”. La popolazione vive di pesca, ufficialmente, ma, ufficiosamente, meglio non dimenticare che il lago Nokoué è una delle vie d'acqua su cui circola il contrabbando di benzina.
La prima tappa è, ça va sans dire, in un negozio di souvenir. La nostra guida ci dice che è un albergo che ora ospita alcuni artisti desiderosi di vendere le loro opere. Sia come sia, noi facciamo razzia di T-shirt. Chi resta scornato è il secondo artista, un pittore, che quasi ci scongiura, invano, di comprargli un quadro, anche piccolino. Poi, come da copione, ossia da guide varie, percorriamo con la medesima barca a motore la “Via degli innamorati”, ma confesso che trovo lo charme di questa Venezia d’Africa davvero molto relativo. La costruzione più bella è decisamente quella che abbiamo appena lasciato (l’ostello artistico, per così dire). Il mercato semi-galleggiante (chissà perché poi semi: i “negozi” sono tutti piroghe) è microscopico e noi lo attraversiamo piuttosto velocemente. Nessuno, o quasi, vuole essere fotografato o, nel migliore dei casi, chiede di essere pagato per essere ripreso. Non che la pratica non mi trovi d’accordo, e ci mancherebbe: ciascuno ha diritto di non essere fotografato e, tutto sommato, collettivamente, noi bianchi dietro il nostro terzo occhio mi facciamo un po’ pena e un po’ schifo (aggiungo? aggiungo. Questa sfrontatezza del fotografo è una delle ragioni per cui ho smesso di fare foto un milione di anni fa e, anzi, si potrebbe dire, una delle ragioni per cui non ho mai cominciato). Infine, sulla via degli innamorati altra sosta in altro negozio di souvenir e il tour è finito.



(nelle foto: l'igname pilée con la sua salsa di arachidi in cui galleggia il formaggio peul; piroga al mercato "semi"-galleggiante di Ganvié)

04 settembre 2009

5-6 agosto 2009 - Ouidah - Il cattivo viene sempre da altrove


42 km separano Cotonou da Ouidah. 42 km di strada asfaltata, bella, a posto, con tanto di pedaggio per attraversare un ponte. Eppure per percorrere questi 42 km ci vuole un’ora e mezzo di viaggio. Il traffico è assurdo, tanto più per il Benin, ma Flavio ci spiega che in pochi anni Cotonou è passata da circa 1 milione di abitanti a 3 milioni e mezzo (il sito dell’Ambasciata dice "più di 800 mila"; la Lonely Planet, che, però, sul Benin è più inutile che pessima, "761.900"; il Petit Futé, assolutamente attendibile e quasi sempre precisissimo, dice che gli abitanti sono "ufficialmente un po’ più di 700 mila e ufficiosamente circa 3 milioni") e, ovviamente, non era affatto preparata ad accogliere tutta ‘sta gente. E, altrettanto ovviamente visto il traffico, puzza. Auto, moto, scooter vanno a benzina. Tutti. Di che benzina si tratti non è dato sapere, quello che è chiaro è che si vende in fusti, bottiglie e similia per le strade a 300 franchi CFA al litro (1 € = 6,55957 franchi o, se preferite, 1000 CFA = 1,5 € circa), oltre che nei distributori ufficiali (di cui ancora devo vedere un esemplare, tra l’altro), dove costa 400 franchi al litro. È benzina contrabbandata dalla Nigeria, via strada e, preferibilmente, via corsi d’acqua. Sulle strade corrono pure bare ambulanti che ne trasportano: due vesponi fusi assieme dove tutto, o quasi, è serbatoio. Secondo quanto raccontano Thérèse e Flavio è una sorta di mafia della benzina in mano ai disabili. Sulla base di un reportage che hanno appena visto in Tv, ci spiegano che i “distributori” vanno a rifornirsi in un piccolo villaggio nigeriano, pure quello gestito da disabili. Quello che è certo è che questa benzina ubriaca di ottani puzza. Senza pensare a quanto inquina. Ricordo di botto che poco prima di arrivare a Cotonou dall’aereo ho visto le nuvole diventare grigie. Sarà stata pioggia, magari, ma aveva tutta l’aria di essere smog.
L’arrivo alla Maison de la Joie è una festa: i bambini ci corrono incontro e mi trasformo rapida- mente in un arbre aux enfants, con pargoli che mi pendono da tutti gli arti. Marie, la figlia minore di Justine e Christian, mi salta al collo e me la spupazzo con immenso piacere per qualche tempo. Insieme a noi, intanto, sono arrivati anche quattro simpatici insegnanti napoletani: Lisa, Ciro, Patrizia e Francesco. Mentre ceniamo, decidiamo di passare insieme il primo giorno a Ouidah, patria del vudù (e di tutte le sue emanazioni, dal candomblé alla santeria) e centro nevralgico della tratta degli schiavi nel XIX secolo (come racconta Bruce Chatwin nel “Viceré di Ouidah”).
Il nostro giro turistico prende il via dalla Foresta Sacra che, nel 1992, anno del primo festival vudù (in realtà è cominciato il 13 gennaio 1993, ma da allora si tiene ogni anno), finanziato anche dall’Unesco e, secondo Christian, fortemente voluto dal “primo presidente” Nicéphore Soglo, si è riempita di statue di cemento e di metallo, ricavate da utensili e mezzi di trasporto vari che ricordano i feticci della strega di Kirikou (è d’accordo anche Anicet, nostra guida nella Foresta Sacra, che alla mia citazione si mette a cantare tutto felice “Kirikou n’est pas grand, mais il est vaillant. Mais il est vaillant”). Tra le statue c’è anche quella di una bambola vudù, trafitta, come è uso, da punte e armi bianche varie. Anicet, dal volto scarificato (lo fanno quando il bimbo ha tre mesi, ci dice, perché, come ci spiega su richiesta, è un devoto del dio Pitone, la divinità più importante di Ouidah), dice che basta conoscere il nome di una persona per “stregarla” con una bamboletta vudù. Non c’è alcun bisogno di ciocche di capelli, peli pubici, unghie di scarto e altre simili schifezze varie, insomma. Quanto alla foresta è sacra da quando lo spirito del re Kpasseé (XIV sec., il fondatore della città) si è manifestato all’interno di un albero ancora visibile, che, come tutti gli alberi sacri del Benin, è un iroko.
Dopo la foresta è la volta dell’ex forte portoghese, che ospita il museo di storia di Ouidah (gli andrebbe meglio il nome di museo della memoria che, invece, spetta alla Casa del Brasile, se per memoria si intende memoria dello schiavismo, ma non importa). Lucrèce, matrona che ci fa da guida, è fin troppo esaustiva nel commentare riproduzioni che possono avere, al più, un valore pedagogico. I due “cimeli” più interessanti stanno nell’ultima e tredicesima stanza: due “arazzi” patchwork uno dei quali racconta la storia di Ouidah, mentre il secondo mette in scena alcuni proverbi locali. All’esterno il campo dove venivano stipati gli schiavi, in attesa di raggiungere la piazza Chacha (o Cha-cha = rapido, soprannome di Francisco de Souza, il viceré di Ouidah del libro di Chatwin, che, curiosamente, il Bruce ribattezza Francisco Da Silva. Ma non è l’unica inesattezza del nostro, amen) dove veniva effettuata la tratta, in seguito la terribile case Zomaï, la casa oscura, dove gli schiavi venivano lasciati un mese al buio perché si abituassero a un futuro nelle stive delle navi negriere nelle quali avrebbero viaggiato per 12 settimane e, infine, la nave o la fossa comune.
Dal museo passiamo alla Rotta degli Schiavi, lunga 3,5 km, e percorriamo le tappe previste: la piazza Chacha, lo Zomaï (letteralmente “luogo dove il fuoco non entra), l’albero dell’oblio (attorno al quale gli uomini dovevano girare nove volte, le donne sette), l’albero del ricordo (o della memoria; tre giri qualunque fosse il sesso) - per dimenticare, il primo, il luogo da cui si veniva, e ricordare, il secondo, almeno parte di sé - la fossa comune e la Porta del Non Ritorno, monumento se non bello, per lo meno dotato di un’eloquente forza evocativa, costruito dall’Unesco nel 1992 in occasione dei 500 anni dalla scoperta dell’America. A poca distanza c’è anche la Porta del Ritorno a ricordo dei discendenti affrancati degli schiavi che fecero ritorno alla madre patria.
La Casa do Brazil ospita invece un’espo- sizione perma- nente dedicata alla donna africana e al suo ruolo di pilastro nella società. Qui scopriamo che l’escissione era (e, in alcuni casi, tuttora è) pratica corrente nel nord del Benin, mentre nel sud è meno diffusa. Secondo la guida-factotum del museo, comunque, da cinque anni (cinque?) l’escissione è vietata. Nel sud, in ogni caso, non è cosa e, sembra suggerire, non lo è mai stata. Per il resto vale il detto “tutto il mondo è paese”: anche in Benin, come in quasi tutto il pianeta, sono le donne a sovraccaricarsi di lavoro, nei campi come in casa, mentre l’uomo si limita a esistere. Fino a non molto tempo fa in Benin una donna si realizzava diventando madre: conta(va)no i figli, non i padri, spesso completamente assenti. E per rincarare sulle similitudini tra qui e il resto del mondo, anche nel caso in esame il cattivo viene sempre da altrove: secondo i beninois in Benin tutte le prostitute sono togolesi e tutti i delinquenti nigeriani. Hai visto mai?


(nelle foto: un bimbo guarda una cerimonia; danza tradizionale a Ouidah; Anicet, nostra guida alla Foresta Sacra; cartello al Museo di Storia di Ouidah)

02 settembre 2009

Africa Blues

5 agosto 2009 - Cotonou. Bonne arrivée

La quantità di gente è inverosimile. Molta, molta, molta più che alla partenza da Parigi. Come se durante il viaggio ci fossimo miracolosamente moltiplicati. Certo, ci sono i facchini, con le loro bluse blu, sovrani dei carrelli, di cui ti spiegano l’apparentemente incomprensibile gerarchia: “no, questi no, questi sono miei. Quelli disponibili per il pubblico sono là”. Impossibile sapere se è vero o no, ma che importa? I nastri girano ma di bagagli non c’è traccia, abbiamo tutto il tempo di andare a cercare i carrelli dove vi pare, signori.
Impadronitami dell'agognato aiuto al trasporto, mi accorgo che i facchini sono re anche dei nastri: la maggior parte dei beninois si limita a indicare il proprio bagaglio, poi è l’uomo di fatica a trasbordare questi immensi pacchi fino ai carrelli.
Facchini, sovrani, re e pure Atlanti, trasportano sulle spalle il mondo che i loro connazionali si portano appresso. Almeno fino al primo carrello.
Oltre ai passeggeri e ai facchini ci sono pure i parenti che sono riusciti a intrufolarsi nella sala.

Il traffico è densissimo, ogni volta che un carrello oberato di bagagli deve uscire seguito dalla corte di facchini e proprietari che gli spetta, sul resto delle persone in attesa cala il compito di eseguire piccole, grandi manovre: come negli ingorghi stradali di cui parla Ryszard Kapuscinski in “Ebano”, si guadagna un centimetro a destra, ora due avanti, mezzo a sinistra, ah, no, uno indietro, ma, ecco, quattro, cinque, sei in avanti, tu spostati, ci siamo, abbiamo raggiunto l’ufficiale che controlla che il talloncino di ricevuta del tuo bagaglio corrisponda esattamente al bagaglio stesso.
Cotonou, Benin, Africa, dove quasi tutto il personale porta una mascherina anti-influenza, è il primo aeroporto al mondo cui assisto a un simile controllo nella mia vita.

I bambini, intanto, giocano tra i carrelli, i bagagli e le gambe degli adulti; a differenza di quanto accadrebbe in Europa, quasi nessuno frigna o strepita: vivono e aspettano. Come tutti noi. E il luogo dove ci troviamo ora sembra valere un qualsiasi altro.

Si attende così a lungo che perdo qualsiasi cognizione del tempo. Infine accade: siamo liberi. E tra poco, ormai ne sono certa, questo caos primigenio si spegnerà: da un disordine inimmaginabile si è comunque formato un ordine e la maggior parte degli ex passeggeri sta ormai viaggiando, come noi, verso l’albergo o chissà che altro.
Anche questa è Africa: benvenuti. Anzi, come si dice da queste parti: Bonne Arrivée.

31 luglio 2009

Benin meno cinque - La Maison de la Joie

Pinocchietto e io siamo abituati a viaggiare soli. Così, anche se questa volta tutto è stabilito in anticipo e organizzato da Viaggi&Miraggi, il nostro gruppo è composto solo da noi due. Tuttavia le regole del turismo responsabile prevedono un incontro pre-partenza e qualche giorno fa abbiamo incrociato via Skype gli italiani che partiranno per il Benin più o meno nel nostro stesso periodo. E, soprattutto, la loro guida: Flavio. Flavio è, insieme alla moglie Thérèse, beninoise, e all'amica Justine, l'ideatore e l'anima della Maison de la Joie, il luogo dove trascorreremo la maggior parte delle nostre notti in Benin, la sua casa a Ouidah e la casa di una ventina di bambini "prestati". La tradizione beninoise di inviare i propri figli presso parenti più benestanti perché possano avere un futuro migliore si è trasformata in un commercio di bambini schiavi, così Flavio, Thérèse, Justine e i loro amici hanno liberato alcuni di questi bimbi accogliendoli nella loro casa-famiglia. Oggi alla Maison de la Joie vivono una coppia (Justine e il marito Christian), una trentina di ragazzi (compresi i figli di Christian e Justin) e cinque signore che lavorano nel ristorantino aperto dalla Maison. La casa si mantiene con contributi privati, adozioni a distanza e con i proventi dei viaggi di turismo responsabile.
Dal computer esce la voce di Flavio e già mi piace. Intanto è bella e io sono sempre stata sensibile ai bei timbri. Poi il ragazzo (l'uomo, piuttosto, siamo coetanei) è dannatamente simpatico. Racconta un sacco di cose: di sé, della Maison, del Benin, fornisce informazioni pratiche, regala una manciata di sogni, spazza il campo dalle illusioni (per esempio: voi siete bianchi, dunque portafogli ambulanti agli occhi dei beninois). Dice che è un viaggio tosto, poi che il Benin ha una popolazione di 7-11 milioni di abitanti (i dati ufficiali sono restati a sette milioni e mezzo), il 40% dei quali ha meno di 14 anni. Parla del cibo e sostiene che la cucina beninoise è la migliore dell'Africa occidentale (l'igname la fa da padrone). Parla più pudicamente di Thérèse, del battesimo di sua figlia: si dispiace perché Pinocchietto e io non potremo assistervi, la piccola sarà battezzata il 15 agosto e noi quel giorno saremo lontani da Ouidah, nel nord del paese, a visitare le Tata Somba, sorta di fortini-castello in argilla e paglia (Flavio mi pare abbia detto anche sterco, il che è verosimile, ma nessuna delle tre guide che ho consultato ne fa menzione. Potrebbe essere una forma di autocensura da pudore: agli occidentali l'idea non può che far ribrezzo). Il 14 dormiremo all'interno di una Tata Somba e, secondo Flavio, è un'esperienza bellissima. Poi ve la racconto.



(nelle immagini, dall'alto: la Maison de la Joie a Ouidah e una Tata Somba)

16 luglio 2009

Africa Blues

Aspettando il Benin

Sembra facile fare i compiti. Ho riletto "Il viceré di Ouidah", sto leggendo una raccolta di favole del Benin, ho sfogliato la guida, guardato e riguardato il programma. Ah, già, devo fare le vaccinazioni e, soprattutto, avere il visto.
Il visto si fa facile, domanda con foto, passaporto, copia del biglietto aereo di ritorno e 35 euro. Consegni di mattina e due giorni dopo, nel pomeriggio, ritiri.
Alle vaccinazioni ci penseremo la settimana prossima. Intanto, ieri sono andata a rifilare i passaporti al Consolato del Benin e sono stata letteralmente assalita dai luoghi comuni: non so come sono riusciti a concentrarsi in un'ora in una sola stanza e sono riusciti a sopraffarmi.
Al mio ingresso nell'ufficio ci sono già una quindicina di persone sedute, tra questi tre bianchi e il resto neri. Ancora non sono penetrata nella stanza che vengo accolta da un "Buongiorno" collettivo e cantante, condito da sorrisi a piena bocca. Nei tre quarti d'ora in cui resto in attesa, varie persone vanno e vengono, molti si conoscono, tutti si salutano. Luogo comune numero uno: la dolcezza.
In tre aiutiamo una signora a fare fotocopie: la macchina è normalissima, ma l'uso è reso complicato dalla distanza tra la macchina stessa e la cassetta in cui vanno infilate le monete destinate ad attivare la fotocopiatrice nonché dai pulsanti che contravvengono l'iconografia implicitamente nota a tutti coloro che hanno più o meno sovente a che fare con apparecchi del genere. Comunque, in quattro se ne viene a capo e la signora regala ringraziamenti e sorrisi strappacuore. Luogo comune numero due: in Africa "perché far semplice quando si può far complicato" è un manifesto di fede.
Arriva il mio turno e mi reco allo sportello dietro il quale ci sono due uomini: uno lavora e uno non so, sta seduto alle spalle del primo, non parla, non ha in mano nulla, non legge. Apparentemente sta seduto e basta. Probabilmente è un amico, un fratello, un cugino dell'impiegato. Chissà. Dico "Buongiorno". Nessuna risposta. Cinguetto che sono qui per presentare due richieste di visto. Il signore che mi sta di fronte grugnisce di infilare tutto nei rispettivi passaporti. Obbedisco e faccio scivolare il malloppetto sotto il vetro. Una delle richieste cade sulla scrivania. Il signore rigrugnisce. Scrive qualche numero sulle domande, compila un tagliando e mi restituisce tutto quanto, intimandomi di andare alla cassa. Il mio "merci, au revoir" non trova nessun'eco.
Mi presento al secondo e ultimo sportello, detto anche cassa, e ri-cinguetto un buongiorno. La signora dietro il vetro è estremamente infastidita dalla mia presenza, impegnatissima a digitare furiosamente una serie di numeri su una calcolatrice. Ha comunque la buona creanza di scusarsi e dirmi che è occupata ma che tra poco si prenderà cura di me. Un minuto dopo alza gli occhi verso la sottoscritta e fa' un cenno con il mento. Faccio scivolare passaporti, domande, biglietti e tagliandino verso di lei. Borbotta qualcosa e io credo di capire che mi chiede del tagliando. Le dico che è nel primo passaporto. Quasi si incazza: "Le ho chiesto: dove sono i soldi?". Le allungo i 70 euro senza fiatare. Ricevo il tagliando indietro e nessuna risposta al "Merci, au revoir". Ed ecco il luogo comune numero tre: dietro uno sportello il dolcissimo beninois diventa arrogante e sgarbato.
Eppure non può essere vero. Devo certamente aver sbagliato qualcosa.

19 maggio 2009

16 ottobre 2004 - Pechino, la città proibita e Tiananmen

Di fronte all’ingresso della città proibita Carlito e io siamo talmente confusi che finiamo per entrare dalla destra e perderci in una specie di luna park nel "People’s Culture Park". I giardini, a dire il vero, non sarebbero neanche male, il problema è che sono occupati da una fiera e da un congresso per la promozione dell’uso dello studio delle lingue straniere in Cina. Alla fine si parla dell’inglese e, come è normale a questo punto, in inglese. Liberatici dagli anglofili, riusciamo a guadagnare l’ingresso alla Città proibita che, con tutta la sua maestà, i suoi palazzi rossi, i suoi tetti gialli e i suoi magnifici soffitti dipinti in verde, blu e oro, è una delusione. Non so perché non dà affatto l’impressione di camminare nella storia, come accade invece all’acropoli o al foro romano o a Pagan. Intanto non si ha accesso ai palazzi per cui si indovina quel che si può dall’esterno. Per di più la quantità di turisti presenti è spaventosa. Sono quasi tutti in gruppo e quasi tutti cinesi, ma, indipendentemente dalla nazionalità, ogni volta che una porta o una finestra offre uno spiraglio sull’interno la calca è assicurata. Una delle cose più carine sono gli angoli del tetto del Palazzo della Purezza celeste, ovvero delle stanze dell’imperatore (mi pare sia quel tetto): gli antichi cinesi credevano che i fulmini colpissero le case negli angoli perciò li proteggevano con una serie di figurine in processione, draghi, leoni alati e animaletti più o meno mitologici vari, capitanati da un uomo a cavallo di una gallina. L’uomo in questione sarebbe la rappresentazione di un imperatore (forse) particolarmente malvagio che sarebbe stato impiccato al tetto. In un certo senso si tratta di un amuleto deterrente.
Anche la camera da letto dell’imperatrice attira per qualche istante la mia attenzione, se non altro per l’ideogramma della doppia felicità (nella foto) o della coppia. Dipinto in oro nella camera nuziale dell’imperatrice (pareti e porte rosse, alcune spose tuttora vestono in rosso per la cerimonia) e ancora oggi usato in qualche matrimonio. Tutti i cinesi che passano davanti alle porte dipinte con questo ideogramma in oro vi passano sopra le mani, tanto che ormai l’oro è quasi completamente scomparso. Inutile aggiungere che lo faccio anch’io.
Un po’ di tranquillità e anche un pizzico di atmosfera in più nei Giardini imperiali, con le solite formazioni rocciose, i padiglioni, la finta collina da cui l’Imperatore e l’Imperatrice si affacciavano a contemplare il loro mondo e il bellissimo acciotolato: un mosaico di sassolini che creano i disegni più delicati e complessi. Oltre agli alberi, naturalmente. Proprio all’ingresso del giardino due alberi intrecciati sono un simbolo di fedeltà, davanti al quale moltissimi cinesi si fanno fotografare.
Quando lasciamo la Città Proibita sono le due passate e decidiamo di andare a mangiare in un posticino in Dazhilan Jie. Il taxista ci lascia all’ingresso di un hutong, caratteristica via pechinese, commerciale. La parte est, pedonale, è praticamente un gigantesco mercato, con alcuni negozi bellissimi (le costruzioni, non tanto le merci). Il posto che cerchiamo si trova comunque nella parte ovest (al n° 37 della parte est c’è un negozio di coltelli e quando ci arriviamo io vengo presa da un senso di sconforto e penso che il “mio” ristorante abbia ormai fermato i battenti). Quando arriviamo al Tianhai Hostal ho comunque qualche perplessità: la Lonely Planet lo descrive benissimo, il grammofono in un angolo del banco, i serpenti sottovetro sempre sul bancone e le foto in bianco e nero della vecchia Pechino alle pareti. Quello che dimentica sono la polvere, la sporcizia e gli scarafaggi. Che, a prima vista, non contribuiscono certo a quella che la guida chiama “un’atmosfera fantastica”. Eppure. Eppure entriamo e ordiniamo da bere e da mangiare. Il cibo è più che buono, la birra la Yuan Yiin o qualcosa del genere che io preferisco alla onnipresente Tsin Tao. Per di più l’unico altro avventore presente, un ciccione che beve tè ipnotizzato da una sorta di telenovela cinese (a proposito: schermo anche qui) si rivela essere un eccellente fotografo. Ci mostra alcuni suoi scatti in bianco e nero davvero belli. Ci intendiamo a gesti e ci facciamo delle matte risate. Anche lui, come il taxista che ci ha portato fin qui, si diverte un mucchio quando scopre che siamo italiani. Ripete “Idaly, Idaly”, scuote la testa in cenno di assenso e giù una risata.
Veloce passaggio ancora a Dazhilan e poi taxi per il Jingshan Park, il parco della collina che domina la Città proibita. Vorremmo arrivare in cima per contemplare il tramonto sui tetti gialli che il sole morente tinge d’oro. La vista è bellissima ma la solita foschia rende il tramonto insignificante, cioè inesistente.
Scendiamo e costeggiamo tutta la cinta muraria della Città proibita per raggiungere piazza Tiananmen. A Pechino le distanze sono mostruose: camminare in questa città è un suicidio, ma detesto prendere i risciò e taxi lungo la strada proprio non se ne vedono. Comunque sconsiglierei vivamente di muoversi a piedi per Pechino, mentre camminare a Shanghai può essere molto molto piacevole.
A piazza Tiananmen scopro i messaggi di Angelina che ci dà appuntamento al Novotel Peace Beijing per le 19.15. Praticamente è già ora di proseguire e, strano a dirsi, per una volta i nostri eroi, Véro, Angel e Arnaud, sono puntuali. La ragione è presto detta: il ristorante che hanno scelto, specialità anitra alla pechinese, termina il servizio alle 20.30. Il nostro tassista non sa manco dove si trovi, quindi segue il taxi dei francesi e ogni tanto compie acrobazie nel traffico. Comunque arriviamo sani e salvi nel quartiere di Qianmen. Fuori dal ristorante ci attende una lunga coda dove mi pare che i turisti siano più numerosi dei cinesi. Ma è quasi un fifty fifty. In compenso c’è una folla di mendicanti, come finora in Cina non ne avevamo incontrate, che chiedono soldi, ti tirano, ti toccano, ti supplicano. Il locale è una specie di mensa. Pavimenti appiccicosi e tavolacci. Non c’è scelta: solo menu anatra alla pechinese. Così Angelina, che è vegetariana, si deve accontentare di due piattini di verdure fredde che non hanno l’aria granché invitante. In effetti servono praticamente solo la pelle dell'anatra, quindi ci facciamo le nostre crêpes abbastanza goduti. Véro, per di più, non le ha mai mangiate e per lei è una vera festa.
Terminiamo la serata al bar del Novotel, dove dormono Angelina & co. e qui il nostro viaggio in Cina si conclude con un intermezzo assai poco cinese. Nella hall appaiono Jean-Michel Jarre, in Cina per il megaconcerto di apertura dell’anno della Francia in Cina, e la sua nuova compagna, Anne Parillaud. Angél, che di Jarre se ne frega, decide che il suo diario di viaggio sarebbe comunque nobilitato da un autografo e mi chiede di accompagnarla. Arnaud, vigliacco, ne approfitta per fare una foto a tutti e tre (la terza sono io, visto che la Parillaud si è defilata appena messo piede nella hall dell’hotel), così mi ritrovo a Pechino immortalata, si fa per dire, con Jarre. E mi domando: ma cazzo c’entra con la Cina?

12 maggio 2009

15 ottobre 2004 - Pechino e la Grande Muraglia

Si parte tardi, alle 11 passate, destina- zione Mutian Yu. Sul pullmino che ci passa a prendere al Jianguo ci sono già tre australiani che hanno appena fatto amicizia. Due di loro, Simon e la fidanzata, sono di origine cantonese. Simon, poi, ha studiato anche il mandarino a Singapore ed è una vera miniera di informazioni.
Per raggiungere Mutian Yu impieghiamo circa un’ora e mezza. Il calcolo del tempo è molto approssimativo perché ci fermiamo a mangiare lungo la strada. Kevin, la nostra guida, che in effetti non sa granché, è un soggetto da urlo. Prima volta che saliva a piedi sulla Grande Muraglia (di solito prende il cable car, ovvero la funivia). Ci tiene molto al fatto che andiamo a pranzare prima di andare alla Muraglia. Per essere in forze, dice lui, per attirarci nella solita farm, pensiamo noi. In questo caso si tratta di cloison, tecnica antica di pittura sul rame.
Raggiungere la muraglia anche a piedi è abbastanza agevole: in sostanza si tratta di salire una serie di scale. Una volta in cima lo spettacolo è mozzafiato: il deserto dei Tartari non ha mai raggiunto significato più pieno. Guardo tra un merlo e un altro della Grande Muraglia (nella foto) e vedo montagne, alberi, ancora muraglia e torri di guardia. In effetti mai panorama violato dall’uomo mi è sembrato così grandioso. E così armonioso insieme. La Muraglia è sì un’immensa ferita nella terra - originariamente circa 10 mila chilometri, oggi più o meno 6 mila - ma, al tempo stesso, sembra conferire nobiltà al paesaggio. Kevin ci dice che un milione di uomini hanno lavorato alla costruzione di questa meraviglia (che per la verità è stata costruita e ricostruita più volte nel corso del tempo) e che uno dei nomi con i quali è conosciuta è “il più lungo cimitero vivente”. In ogni caso è facile passare ore a camminare su e giù lungo questo immenso, favoloso muro.
Al ritorno il percorso è più lungo (non per scendere, ché, anzi, si va davvero rapidi, quanto per il rientro in città): ci mettiamo un po’ più di due ore. È vero anche che ci perdiamo, causa lavori in corso e deviazione imprevista. Ma il vero handicap è il traffico che, a Pechino come a Shanghai, è pazzesco. Anche Pechino, tra l’altro, puzza ed è mostruosamente inquinata.
A cena abbiamo prenotato (bè, ovviamente abbiamo fatto prenotare) al CourtYard per le 20.30. Usciamo un po’ in ritardo, alle 20.05, ma abbiamo solo quattro fermate di metro: da Yong An Li a Tienanmen Dong. Poi si dovrebbe poter raggiungere il ristorante a piedi. La prima stoccata è che il metro di Pechino non ha niente a che vedere con quello di Shanghai: sembra quello di Milano in versione più sgarrupata. Comunque deve avere una quarantina d’anni. I biglietti si comprano solo allo sportello e poi c’è una signora in un gabbiotto che li controlla prima dell’accesso alle banchine. La seconda stoccata è che, come al solito, sono una frana a leggere le cartine. Dunque camminiamo, camminiamo, camminiamo (in pratica costeggiamo piazza Tiananmen) e ci ritroviamo lontanissimi dal ristorante. Così, siamo costretti, visto che all’orizzonte non ci sono taxi, a prendere un risciò. Il ciclista conducente in questione è una specie di pazzo scatenato che si butta addosso a bici, macchine e auto sfidando la sorte ma facendola sempre franca. Bene o male arriviamo alla meta, sia pure con mezz’ora di ritardo. Il ristorante mi consola di tutto. Vista su Città proibita e pescatori. Dieci e lode.

05 maggio 2009

14 ottobre 2004 - Bye bye Shanghai

Diverse abitudini alle toilette. Al parco Zongshan il bagno è un locale completa- mente piastrellato di bianco con due buchi-canale paralleli alle pareti laterali destinati allo scorrimento della pipì e del resto. Bassi muri, sempre piastrellati, separano gli spazi pseudoindividuali. Culo libero e all’aria, cioè: le porte queste sconosciute.
Vi sembra una sciocchezza di cattivo gusto? Eppure il 17 novembre 2004
a Pechino si è tenuto il vertice mondiale delle toilettes. Vi si parla di cose serissime come la protezione dell'ambiente, la salute pubblica e i diritti dei disabili, nonché di abbattere vecchi e irrazionali tabù. Eppure, a introdurre i lavori che per tre giorni (17-19 novembre) impegnano 400 delegati provenienti da tutto il mondo, viene proiettato un documentario che illustra senza ombra di ironia la storia dei cessi pubblici in Cina. Per esempio, il documentario informa che una delle più moderne toilettes pubbliche della Cina è stata costruita sotto piazza Tiananmen secondo i più avanzati criteri sanitari: porte automatiche, pavimenti in marmo (o qualcosa di molto simile), riscaldamento d'inverno e aria condizionata d'estate. Molti residenti di Pechino affermano di non averlo mai saputo ma devono essere una minoranza se è vero che - come afferma lo speaker - riceve una media di seimila visite al giorno.
Inoltre, si apprende che il livello delle toilettes pubbliche, come quello degli alberghi, è determinato dalle stelline che gli vengono assegnate: dalle quattro in giù. In quelle a quattro stelle, come quella underground della piazza più famosa della Cina, le tavole delle tazze sono state decorate da artisti famosi. In alcune delle 740 nuove toilettes pubbliche della capitale il tetto è trasparente così che, afferma lo speaker, "sembra di essere in Paradiso".
"Col miglioramento delle condizioni di vita - prosegue il documentario - è aumentata la frequenza con la quale si usano i bagni", affermazione indubbiamente vera, ma che strappa una risata alla platea. Il Comune di Pechino - che con l' Ufficio del Turismo provinciale e la World Toilet Organization, fondata a Singapore nel 2001 - ha sponsorizzato il vertice, si è impegnato a fondo nella preparazione delle Olimpiadi del 2008 e ha investito nel miglioramento delle toilettes pubbliche della città 500 milioni di yuan (50 milioni di euro) nei tre anni passati.
Un'altra risata risponde allo speaker del documentario quando dice che "in accordo col concetto di unificazione tra città e campagna" parte dei soldi sono stati impiegati per la ristrutturazione dei gabinetti di villaggio.

... and welcome to Beijing
Ah, il sole tramonta prestissimo, almeno in questa stagione, tanto a Shanghai come a Pechino (siamo appena atterrati, 17.31, e ho visto il bel disco rosso): attorno alle cinque e mezza, appunto.
Pechino: gran casino. È la prima impressione all’aeroporto. I nastri trasportatori girano a vuoto, girano e girano, al numero 17, al 14 e al 15, che continua comunque a girare, non ci sono voli annunciati. Dunque, non c’è nessuno. Al 16, il nostro, sono raggruppati tre voli, perciò c’è una ressa disumana.
Un’altra cosa che mi colpisce è il tetto dei caselli autostradali di Pechino che è fatto ‘a pagoda’ e decorato quasi come un tempio.
Bon, di Pechino, per ora, non abbiamo visto nulla. Siamo arrivati con un’ora di ritardo, poi bagagli, taxi, albergo e quando scendiamo nella hall sono già le otto. Morale: tentativo di prenotare al ristorante consigliato dalla Lonely Planet fallito perché è tutto pieno, si rimedia alla meno peggio con il Berena’s Bistro. Che ci svela l’arcano: a noi in Cina piacciono la cucina di Sichuan e quella pechinese, non quella cantonese che ci propinano in Italia, né, tantomeno, quella di Shanghai, che è piuttosto grassa. Risultato: mangiamo benissimo, comprese melanzane (braised) mitiche e pollo agli anacardi. A fine cena chewing gum per due e rosa per me. Igiene e cortesia.



(chiedo venia, ma la foto delle toilettes non ce l'ho, dunque vi beccate un po' di traffico umano a Shanghai)
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