21 settembre 2007

Chele, 7 agosto 2000

Prima notte in tenda. Mi sembra di non avere chiuso occhio. L’incredibile è che, quando arriva il tè del buon risveglio, non mi sento stanca. Neanche un po’. Sarà, forse, per il sorriso dei più giovani tra i portatori, Passan e Kumar, che, al mattino, a un’ora compresa tra le cinque e le sei e trenta, arrivano a darci il buongiorno e a versare nelle tazze l’infusione calda. Sorseggio il tè incredula, avvolta dal sacco a pelo che è stato sverginato solo da poche ore. Sbatto gli occhi, attenta a non scottarmi la lingua. Carlito, il mio amore, monosillaba qualcosa mentre comincio a realizzare che sta per avere inizio il secondo giorno, la fatica, l’avventura e che, forse, cinque ore di cammino mineranno l’entusiasmo, il fiato e le gambe. Si spera che minino anche la ciccia.
Le riflessioni sono interrotte da un secondo passaggio di Passan e Kumar con due bacinelle d’acqua calda: sono il nostro lavandino, la nostra doccia e anche il nostro bidet quotidiani. Esco in reggiseno e pantaloni, saluto i compagni di viaggio e dò il via alle abluzioni mentre due o tre dei nostri uomini si rasano.
Oggi dobbiamo spingerci fino a Chele. È esattamente dal punto in cui siamo, Kagbeni, che si entra nel regno proibito dell’alto Mustang, quello che ci costa 70 dollari al giorno solo per il visto e che accoglie la maggior parte dei rifugiati tibetani in Nepal. A questa sorta di porta d’ingresso, un cartello detta il comportamento da tenere: “Prendi solo foto, lascia solo orme”. Va da sé che obbediremo.
C’è il sole, la colazione è abbondante e i veri zaini li portano i muli. Così mi spalmo la protezione, mi infilo il cappello e affronto la prima salita autentica. Per ora con grinta.
Dalle nuvole il Nilgiri (che supera i 7000 metri) gioca a bau-cetti, ma è sempre meglio che un calcio nel sedere.
Si parla poco e si sale, fino a quando il Khali Ghandaki diventa un nastro e le rocce assumono un bel colore rosso. Aggiriamo la cresta del canyon e ridiscendiamo verso il fiume, muti per lo stupore più che per la fatica, con gli occhi che guardano buchi come grotte, alti sulla roccia. Cento, duecento anni fa erano villaggi. Nessuno di noi riesce a capacitarsi del fatto che i Mustanghesi (ma certamente non si chiamano così) abitassero lassù. Che razza di idee.
Ci fermiamo per il pranzo a Tangbe, vicoli stretti e preghiere nel vento. Sventolano come stendardi, si imprimono sui rulli girevoli dei muri mani, ti vengono alle labbra perché si disperdano nell’aria anche se non sei credente. E riparti con lo sguardo sciolto.
Il passo, però, mi si fa pesante, perciò, quando avvisto la salita finale (c’è sempre una salita finale per darti la mazzata da stramazzo) vorrei tanto un mulo sotto il sedere. Chele è arrampicata su una rocca e non ho tempo di rendermi conto di quanto sia bella: arranco e mi fermo, sosto e arranco, chiacchiero con Nima, la nostra guida nepalese, e riarranco. Però ce la faccio e, arrivata alla meta, mi getto su una seggiola e sorseggio una coca-cola. Già: niente telefono, niente elettricità, niente auto, niente acqua corrente, ma coca cola a go-go.


(nella foto: un muro mani nell'Alto Mustang. www.sunita.nl)

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