28 settembre 2007

Ibidem, idem


E un’altra volta è notte. Io, a differenza di Guccini, non suono neppure. In ogni caso ho una certezza: le mestruazioni o non mi sono mai arrivate o mi sono già sparite. Sospetto allucinazioni da altitudine.
Per questa quarta serata in trekking, comunque, siamo ospiti in una casa tibetana, dove vive una signora con svariati figli e cinque mariti (ma pare non siano mai presenti tutti insieme). Dal punto di vista di noi otto occidentali, il pernottamento in una casa privata è un modo come un altro per entrare davvero in contatto con le genti di questi monti. Leggi: dormiamo in sei in un’unica stanza-soggiorno su panche di cemento che sbucano dalle pareti (gli altri due hanno diritto a una camera più intima ma sembra che sia l’affumicatoio, perciò non riescono a rallegrarsene più che tanto). Dunque formazione a quadrato, a scelta tra il testa-piedi, il testa-testa e il piedi-piedi.
Ad ammorbidire il duro giaciglio gli stessi materassini che abbiamo già adoperato nelle tende e il nostro sacco a pelo personale. Mi domando a che pro Carlito e io abbiamo acquistato due sacchi accoppiabili, per crearne uno unico e grande, matrimoniale, visto che qui ci si corica in fila indiana. Transeat.
Già mi sono scordata dell’ultima doccia, ma qui pare sia impossibile: chi ha visitato il bagno sconsiglia una seduta superiore ai 10 secondi. In effetti, quando verrà il mio turno farò in modo di mettercene anche meno. Ri-transeat.
Però abbiamo non uno, ma due tavoli, su cui: a) consumiamo il cibo preparato per il tea-time, b) intavoliamo un’interminabile partita di Perudo, c) ceniamo. Bevendo birra. d) veniamo iniziati al Mustang café, una bevanda, che ha allietato la maggior parte delle nostre serate, a base, prevedibile, di caffè e di una specie di rhum prodotto in loco che definire disgustoso è dir poco. Lo scoliamo comunque, malgrado il sospetto che contenga anche il famigerato burro di nak, la femmina dello yak. Resta il fatto che, che tu ci abbia fatto caso o no, c’è un unico liquido realmente introvabile da queste parti: l’acqua potabile. E che Roberta ha ancora la febbre.


(nella foto: un chorten, tempietto diciamo, all'entrata di Tsarang; http://myhimalayas.com)

27 settembre 2007

Tsarang, 9 agosto 2000

«Dicono che se si riuscisse a viaggiare alla velocità della luce, non si invecchierebbe. Si resterebbe uguali a se stessi, mentre l’universo fugge verso il passato. Forse è per questo che viaggiamo». Così Carlos Franz, in “Dove una volta c’era il Paradiso”. Sembrava una frase bellissima. Eppure, ora, c’è qualcosa che mi stona. Non ho mai fatto un viaggio più bello di questo, a piedi, perciò vicino alla minima velocità possibile. Camminare è uno strano sport: invece di farti assaporare più lentamente, dunque con il giusto ritmo, quello che ti passa attorno, ti costringe a un rapporto più stretto con le tue emozioni. Così finisce per diventare un acceleratore di sensazioni. Come se i profumi diventassero più profumati, le felicità più felici e i dolori più dolorosi.
A proposito di dolori, l’influenza di Roberta, il mal di montagna dell’altra Roberta, le scottature e i disturbi intestinali di Emanuele e di Carlo (il bell’architetto) non accennano a migliorare. Così, sulla strada per Tsarang, facciamo una sosta all’ospedale giapponese di Ghemi, attivo da circa un anno. È un edificio carinissimo, un po’ sperso in un’area quasi desertica, se non fosse per il muro mani più lungo del Nepal che comincia poco prima dell’ingresso. Le pareti a calce sembrano quasi urlare “che ci faccio qui?” e il giardino centrale, con le aiuole a disegni e scritte pare uno scherzo della natura. Però i medici ci sono e visitano, uno dopo l’altro, attentamente, i nostri malatini, prescrivendo cure e vendendo loro stessi i medicinali del caso.
Finito il check-up si riprende, costeggiando il muro mani sulla sinistra come s’ha da fare, per una delle passeggiate meno faticose e più lunghe dell’intero trekking. Il deserto tra Ghemi e Tsarang pare non abbia mai fine, se non quando il sentiero comincia a inerpicarsi e, dall’alto dell’ennesimo valico, si scorge la terra promessa: orti, mura, abitazioni e onde rosa di grano saraceno. Ha inizio l’interminabile discesa alla città, irraggiungibile come un miraggio.


(nella foto: onde rosa di grano saraceno, www.nepalhiking.com)

26 settembre 2007

Ibidem, idem, un po’ più tardi

Mal di montagna. Questa stanza è un concentrato di polvere: cade sul tavolo proprio mentre ci stiamo preparando la cioccolata; ha trasformato i cuscini nella versione maxi di un cancellino; ha invaso i muri tanto che è ormai una cosa sola con la calce e la tintura. È opprimente. Così, dopo due sorsi e un biscotto, a turno schizziamo fuori. Programmo l’ammutinamento e con Carlo (non Carlito, proprio Carlo, architetto 33enne di bell’aspetto con due occhi da svenimento) lancio il referendum per l’abrogazione della sala da pranzo. Ovvero: siamo in campeggio, che si mangi in tenda. Roberta, l'imprenditrice non l’advertiser (sì, proprio così, su otto persone ci sono due Carli e due Roberte), non partecipa alle votazioni perché è stesa inerte sul sacco a pelo. Per il resto la proposta degli ammutinati raccoglie l’unanimità e i nostri portatori-guide-angeli custodi montano la tenda living-room, con Carlo e me, improvvisamente catturati dai sensi di colpa, che facciamo patetici tentativi di aiutarli. Intanto scende la sera e il freddo: siamo tutti bardati come Bibendum della Michelin, strati e strati di pile e lane e piume.
Un giro di carte prima di cena ci fornisce la scusa per riunirci tutti insieme sotto la tendarefettorio e sprigionare un po’ di calore. Ultime notizie dalla tendadormitorio dell’angolo: Roberta sta male. Ha la nausea, mal di testa, forse la febbre, capogiri e non so che altro. Nima diagnostica con sicurezza: mal di montagna. E comincia a impartire a Emanuele, avvocato e fidanzato dell’imprenditora, le istruzioni per la cura. Intanto scuote la testa: «Sorella Roberta è troppo impaziente. Sorella Roberta cammina troppo troppo fretta». Poi, perentoriamente richiamato dal suo senso del dovere alla nuova missione di infermiere aggiunge: «Emanuele, siamo andiamo». E per la seconda sera siamo soltanto in sette a dividere la cena.


(nella foto: il percorso nell'Alto Mustang, www.visit-nepal.com/lomangthang/Lomangthang-map-1.jpg)

25 settembre 2007

Tamagaon, 8 agosto 2000

Il terzo giorno. È una specie di mistica del trekking: il terzo giorno è il peggiore. Lo dice la cartina, perché è l’unico giorno in cui dobbiamo sormontare quattro passi, in un saliscendi che così penoso non è ancora stato. Lo ripete Roberta, l’advertiser, perché è il giorno in cui le gambe cominciano a cedere. E, soprattutto, perché, da ieri sera, ha una febbre da cavallo ed è allergica alle medicine (e, per coronare il tutto, a meno di una settimana dal rientro dal Nepal è finita in ospedale con la salmonella tifoidea. Indovina come e dove l’ha presa?). Lo conferma Francesca, alla quale sono appena arrivate le mestruazioni e, mentre procede, soffre. In barba a tutte le mistiche, però, (e forse in barba anche al mestruo, che non ho capito se è arrivato o no) per me il terzo giorno è quello della rivelazione: in un punto imprecisato tra Chele e Tamagaon ho finalmente imparato a camminare. Anzi, il punto lo conosco, solo che non lo so individuare sulla mappa: sarà a mezz’ora al massimo da Chele, quando comincia quella che, in simili frangenti, sembra un’autostrada di sassi. Lì, come illuminata sulla via di Tamagaon, ho cominciato a seguire il ritmo del mio respiro e il fiatone è sparito insieme alla fatica. Mi sono sentita straordinariamente felice e in pace con il mondo. Ho persino incontrato un francese che mi ha trovata “radieuse”. E ho camminato come mai m’era accaduto prima. In stato di grazia e di incoscienza. Così profondo che quando, al ritorno, siamo ripassati per alcuni tratti del medesimo percorso non ci potevo credere: come diavolo avevo potuto arrampicarmi per quelle pietraie ripide e infide?

24 settembre 2007

Ibidem, idem, più tardi

Oggi le comiche. Il nostro bagno non è partico- larmente accoglien- te: un buco circondato da una tenda. Così Francesca, professione musicoterapeuta, e io decidiamo, con il favore delle tenebre, di appartarci alla belle étoile. Saliamo un’erta proprio dietro il nostro accampamento (la stessa che riaffronteremo domattina, ma, appunto, lo sapremo solo la mattina dopo), che ha l’aria di essere stata già scelta come gabinetto da molti. Cammina cammina, troviamo finalmente un luogo che ci appare propizio. Perciò caliamo le braghe e ci mettiamo culo all’aria. È un attimo e sento un ringhio alle spalle; nell’ordine (spero): urlo, mi alzo, afferro i calzoni, mi precipito a valle, incurante delle cacche altrui e convinta che un mastino tibetano (temibilissimo cane che tornerà più avanti nella storia) stia per azzannarmi il fondoschiena. Francesca fa gli stessi movimenti all’unisono con me (anche se lei non si immagina il mastino), mentre il guardiano (uno dei nostri portatori) dà l’allarme. Grandissimo trambusto nel campo: qualcuno sveglia Nima (la solita guida capo, un angelo).
Così il boss, Santa (futuro aiuto-guida, parente di Nima e con un braccio inservibile) e un paio d’altri ragazzi partono armati di pile e grinta verso l’ignoto disturbatore della quiete privatissima. Passano meno di due secondi e sentiamo una risata di quelle che davvero possono seppellire, dopodiché i quattro scendono a braccia e gambe scomposte sghignazzando e imitando le due sorelle fifone (in Nepal, in segno di rispetto, ci si rivolge a donne e uomini chiamandoli, rispettivamente, sorelle e fratelli). Il mio mastino era un tubo dell’acqua gorgogliante a fior di terra. Però è stata, giuro, l’unica volta che ho avuto paura.


(nella foto: un mastino tibetano, www.imolossideltibet.com)

21 settembre 2007

Chele, 7 agosto 2000

Prima notte in tenda. Mi sembra di non avere chiuso occhio. L’incredibile è che, quando arriva il tè del buon risveglio, non mi sento stanca. Neanche un po’. Sarà, forse, per il sorriso dei più giovani tra i portatori, Passan e Kumar, che, al mattino, a un’ora compresa tra le cinque e le sei e trenta, arrivano a darci il buongiorno e a versare nelle tazze l’infusione calda. Sorseggio il tè incredula, avvolta dal sacco a pelo che è stato sverginato solo da poche ore. Sbatto gli occhi, attenta a non scottarmi la lingua. Carlito, il mio amore, monosillaba qualcosa mentre comincio a realizzare che sta per avere inizio il secondo giorno, la fatica, l’avventura e che, forse, cinque ore di cammino mineranno l’entusiasmo, il fiato e le gambe. Si spera che minino anche la ciccia.
Le riflessioni sono interrotte da un secondo passaggio di Passan e Kumar con due bacinelle d’acqua calda: sono il nostro lavandino, la nostra doccia e anche il nostro bidet quotidiani. Esco in reggiseno e pantaloni, saluto i compagni di viaggio e dò il via alle abluzioni mentre due o tre dei nostri uomini si rasano.
Oggi dobbiamo spingerci fino a Chele. È esattamente dal punto in cui siamo, Kagbeni, che si entra nel regno proibito dell’alto Mustang, quello che ci costa 70 dollari al giorno solo per il visto e che accoglie la maggior parte dei rifugiati tibetani in Nepal. A questa sorta di porta d’ingresso, un cartello detta il comportamento da tenere: “Prendi solo foto, lascia solo orme”. Va da sé che obbediremo.
C’è il sole, la colazione è abbondante e i veri zaini li portano i muli. Così mi spalmo la protezione, mi infilo il cappello e affronto la prima salita autentica. Per ora con grinta.
Dalle nuvole il Nilgiri (che supera i 7000 metri) gioca a bau-cetti, ma è sempre meglio che un calcio nel sedere.
Si parla poco e si sale, fino a quando il Khali Ghandaki diventa un nastro e le rocce assumono un bel colore rosso. Aggiriamo la cresta del canyon e ridiscendiamo verso il fiume, muti per lo stupore più che per la fatica, con gli occhi che guardano buchi come grotte, alti sulla roccia. Cento, duecento anni fa erano villaggi. Nessuno di noi riesce a capacitarsi del fatto che i Mustanghesi (ma certamente non si chiamano così) abitassero lassù. Che razza di idee.
Ci fermiamo per il pranzo a Tangbe, vicoli stretti e preghiere nel vento. Sventolano come stendardi, si imprimono sui rulli girevoli dei muri mani, ti vengono alle labbra perché si disperdano nell’aria anche se non sei credente. E riparti con lo sguardo sciolto.
Il passo, però, mi si fa pesante, perciò, quando avvisto la salita finale (c’è sempre una salita finale per darti la mazzata da stramazzo) vorrei tanto un mulo sotto il sedere. Chele è arrampicata su una rocca e non ho tempo di rendermi conto di quanto sia bella: arranco e mi fermo, sosto e arranco, chiacchiero con Nima, la nostra guida nepalese, e riarranco. Però ce la faccio e, arrivata alla meta, mi getto su una seggiola e sorseggio una coca-cola. Già: niente telefono, niente elettricità, niente auto, niente acqua corrente, ma coca cola a go-go.


(nella foto: un muro mani nell'Alto Mustang. www.sunita.nl)

20 settembre 2007

Mustang lento

Premessa: questo è il diario di un viaggio lontano nel tempo, un viaggio che Pinocchietto e io abbiamo fatto nel 2000, il più bel viaggio che abbiamo mai fatto. È tutto fuorché inedito, è stato pubblicato su Internet non so quante volte, persino in e-book. Ma, visto che è roba mia, il suo posto naturale è qui, in mezzo agli altri racconti di viaggio della turista smarrita. E ora si comincia.

Kagbeni, 6 agosto 2000

Chiudi gli occhi. Poi, prova a immaginare il letto pietroso di un fiume grigio (si chiama Khali Ghandaki, che in nepalese vuol dire, per la verità, fiume nero), insinuato in una gola dominata da alte rocce tra il perla e il sabbia. E ora prova a immaginare me, che sgambetto come un cerbiatto (siamo soltanto al primo giorno, sia chiaro), in alto, su un sentiero che scende fino a far guadare le acque e poi risale inerpicandosi sull'argilla. Su e giù, giù e su, con il vento (per fortuna a favore) che fischia attraverso i miei giganteschi orecchini.
Poco dopo (il primo giorno abbiamo camminato solo tre ore), il miracolo: dietro una curva compare, in lontananza ma non troppo, una macchia verde di coltivazioni, in mezzo alla quale spicca una costruzione rosso mattone (il gompa, ovvero il tempio, di Kagbeni). Non resta che prendere un sospiro profondo, sopraffatti dalla cartolina da brivido dell'imprevisto, e riprendere il cammino. Ormai si canta a squarciagola e si vola sul sentiero, mentre l'entusiasmo aumenta l'appetito.
A proposito, in dodici giorni di trekking dodici, ho perso soltanto un chilo; sia detto a demerito, onta e ignominia dei nostri fantastici cuochi che ci viziavano e rimpinzavano come oche da foie gras.


(nella foto: Kagbeni e il Khali Ghandaki. Foto: www.dkohnstudios.com)

19 settembre 2007

14 agosto 2007 - Il Guatemala su "Le Monde"

Casa. Parigi. Incredulità. L'aereo è un mezzo di trasporto delirante. Ormai uso quasi più l'aereo dell'auto, ma resta delirante. Non si può passare in una manciata di ore dai Tropici a questo merdoso clima continentale, dai volti maya dei chapin al melting pot del X arrondissement, dal languore del Centroamerica alla geometria di Parigi. Non si può. Ma è quello che faccio sempre: niente di strano se crescendo mi sento sempre più aliena.
Tutto è come sempre e, come sempre accade, ho lasciato un brandello di cuore pure laggiù, così da oggi in poi ci sarà un altro paese da seguire con partecipazione, un altro luogo del mondo le cui sorti mi saranno un po' più care. Anche questo succede sempre.
E, stamane, quando, come sempre, accendo Berenice e sfoglio le pagine informatiche dei giornali francesi, "Le Monde" parla di Guatemala. Una notizia di quelle dolorose. Eccola: "In Guatemala le autorità tentano di frenare il traffico di bambini. La giustizia guatemalteca ritiene che il traffico di bambini a scopo adozione renda ogni anno alla mafia circa 200 milioni di dollari. Dopo la Cina il Guatemala è il principale paese d'origine dei bambini adottati nei paesi ricchi". Mi avrebbe fatto male anche un mese fa. Oggi un po' di più.


(nell'immagine: la bandiera del Guatemala)

18 settembre 2007

13 agosto 2007 - Antigua-Atlanta. virginie non abita più qui

It’s over. Terminado. Finito. Con i ritardi della mattina (mezz’ora per lo shuttle, il più sfigato che abbiamo preso in tutto il Guatemala e mezz’ora da prevedere per l’imbarco, visto che il nostro aereo è appena arrivato, sono le 12.25 e la partenza doveva essere alle 12.35), il mio nervosismo che sale, il tentativo, riuscito per una volta, di restare zen, gli americani che mi saturano le orecchie sul pullmino, i sogni di stanotte che già si svolgevano al rientro. I’m coming back, Paris. Estoy volvendo, Paris. Sto tornando, Parigi.

(il primo giorno a Città del Guatemala piove, l’ultimo giorno ad Antigua pure. Gioie e dolori del Centroamerica)

Ultima nota a margine sul volo Città del Guatemala-Atlanta (Delta Airlines): equipaggio di streghe, ma pazienza. In compenso il comandante, made in the Usa a giudicare dall’accento (garantisce Pinocchietto), manco si degna di tradurre in spagnolo i messaggi che continua a lanciare ai passeggeri. Entonces: que viva America. Pero Latina.


(nella foto: il mio diario di viaggio)

17 settembre 2007

Rigoberta perché

Ecco l'analisi del Manifesto

12 agosto 2007 - Copan-Antigua. Quasi fine

Quasi partita. E pure quasi tornata ormai. Seduta ad aspettare i sandwich per il viaggio in uno dei due quartieri generali eletti a Copan da Pinocchietto e me: il Qg per la colazione, Casa Villamil, uno dei rari posti dove le cameriere sorridono e sono gentili a Copan. Oltre al fatto che il locale è una delizia: un piccolo patio con fontana, pareti in pietra e muro arancio, un primo balcone dai muri turchesi e una terrazza sui tetti di Copan. Dovessi fermarmi a Copan trascinerei le mie ossa da Casa Villamil al Via Via. Y nada mas.

Nota a margine numero quattro: 5 incidenti automobilistici andando a Panajachel, 3 tra Copan e Antigua, 1 tra Antigua e l’aeroporto. Evidentemente i guatemaltechi sono adorabili ma non sanno guidare. A meno che, come suggeriscono i vari autisti dei mezzi che abbiamo preso attraverso il Guatemala, non siano semplicemente un po’ troppo bevuti. In questo caso Honduras batte Guatemala 1 a 0: l’unico punto di ritrovo di Alcolisti Anonimi da noi avvistato si trova a Copan, nel Parque Central.


(nella foto: Antigua, lavatoio)

13 settembre 2007

11 agosto 2007 - Sempre Copan

e sempre maledetti gringos. Questa mattina alle 6 un amabile duo composto da padre e figlia ha cominciato a berciare come Donald e Daisy Duck (alias Paperino e Paperina) e ha svegliato, probabilmente, l’intero albergo e, certamente, Pinocchietto e me. Il dialogo urlato fa montare su tutte le furie mi amor che sta per sfoderare l’arma del suo temibile inglese. Lo blocco con un polso che non sapevo di avere così fermo perché sospetto abbia già in canna uno “Shut up” fulminante ma forse ho torto. E il sonno fatica a tornare.
Per gli hondureñi, viceversa, la domanda chiave sembra essere: che farne di tutti gli stranieri che vengono a rompere a Copan? Pelarli. Per entrare al sito archeologico e fare la totale (cioè anche la visita nei tunnel, due, che non meritano assolutamente la spesa, ma nessuno, neppure la Lonely Planet e la Rough Guide di cui siamo dotati, te lo dice, nonché quella al museo delle sculture, che, invece, non è male) abbiamo sborsato la bellezza di 37 dollari. Più o meno tre volte il prezzo del biglietto di ingresso al Louvre. Poco male: il sito, per quanto ampiamente restaurato, merita senz’altro il viaggio. La storia non ha prezzo, giusto?
I turisti hondureñi che seguono la nostra stessa guida, un po’ si vergognano. A loro sembra anormale che noi paghiamo così tanto. Per fortuna, loro, giustamente, hanno un prezzo tutto diverso (un decimo? meno? non riusciamo a saperlo con certezza). Altrimenti Copan sarebbe di fatto proibita a tutti i locali. Del resto fino a qualche tempo fa il prezzo ridotto valeva solo per gli hondureñi, poi hanno dovuto ricredersi ed estendere lo sconto a tutti i centramericani: il sito di Copan si era improvvisamente svuotato, bello e impossibile.


(nella foto: una delle sculture che provengono dai templi di Copan)

12 settembre 2007

10 agosto 2007 - Rio Dulce-Copan (Honduras). Virginie Torquemada


Ieri alle 14.30, come da programma del nostro impre- scindibile lanchero siamo rientrati a Livingston dove già ci attendeva la barca che doveva portarci al Catamaran, appena oltre Rio Dulce (ma 50 quetzales in più a testa. Mi sa che il lanchero, sentendo il nome dell’albergo ha capito quel che prima non sapeva, che possiamo. Dunque, giustamente, carica. Almeno penso. Perché il Catamaran è sì un po’ più lontano di Rio Dulce, ma appena appena). Comunque l’hotel è un po’ l’oasi che cercavamo. Magari un filo troppo da gringos, ma la piscina è perfetta, il bungalow Tango, su palafitte, un sogno, il ristorante il migliore che abbiamo provato finora in Guatemala. Per giunta, questa mattina alla reception c’è un mito di ragazzo, Vinicio Guevara, che, in quattro e quattr’otto, ci trova un taxi che ci porta fino a Copan. Y aqui estamos.
Mica tanto compiaciuti. Al punto che credo calerò il machete della mia ignoranza su un intero popolo. Prima impressione dell’Honduras (meglio di Copan): paese pieno di puttane, magnaccia e narcotrafficanti. Copan sembra ricca, piena di macchinoni e motoni, e tranquilla. Ma gli hondureñi, a parte il cameriere e il padrone o gerente che sia del nostro hotel, sembrano decisamente meno simpatici dei guatemaltechi. Vamos ver. Antipatici pure nel bar figo Via Via. Niente, la seconda impressione è uguale identica alla prima. Burini indifferenti quando va bene, come i motociclisti in Harley Davidson e le ragazze del negozio di souvenir che abbiamo svaligiato nel pomeriggio, similmafiosi repellenti quando va male. Bah, certo che come Torquemada non scherzo un cazzo: in mezza giornata ho liquidato e bollato un intero paese. Mica male.


(nella foto: il Parque Central, a Copan)

11 settembre 2007

9 agosto 2007 - Livingston-Rio Dulce. Tutti in lancia

Sorpresa: questa mattina all’imbar- cadero di Livingston scoviamo Thierry e Flo a bordo di una lancia. Peccato che stiano per lasciare Livingston alla volta di Flores. E, comunque, noi siamo in partenza per il tour in lancia organizzato dal lanchero che ci ha portato fin qui. Il giro comprende Los Siete Altares, un passaggio più veloce della luce al Rio Cocoli (nel senso che il lanchero ci dice dalla barca “questa è playa Cocoli, ma è chiusa”) e l’approdo alla Playa Blanca, dove la playa è in effetti bastante blanca, ma dove il mare è un po’ verde marcio (e visto che trattasi di Mar dei Caraibi la cosa è quanto meno sorprendente). Bah, ci dicono che sarebbe stato meglio raggiungere a piedi Los Siete Altares e ne siamo coscienti perché la parte più interessante sta nella strada che è anche l’area in cui abitano i Garifuna, discendenti di neri ribellatisi alla schiavitù (e poi: anche no, visto che, unica al mondo in un gruppo alquanto misto, riesco a sudare siete camicie per guadare l’acquetta che porta alla cascata), ma in ogni modo i nostri stretti tempi non ce lo permettono: Pinocchietto e io stasera dormiamo a Rio Dulce e non possiamo tardare troppo a imbarcarci sulla lancia di ritorno.


(nella foto: la Playa Blanca, Livingston)

10 settembre 2007

8 agosto 2008 - Flores-Rio Dulce-Livingston. Profumo di Caraibi

Flores resta nel Petén e i Caraibi non sono proprio attaccati, eppure qui già si respira quell’indo- lenza caraibica che a volte fa arrabbiare la parte peggiore (e più milanese) di me e a volte tanto mi incanta. Qui i Tropici mi hanno riacchiappato, stregandomi come sempre. Come la prima volta, ormai quasi 20 anni fa, che ho messo il primo piede fuori dall’Europa, in un paese che, ancora oggi, al solo evocarlo, mi fa battere un po’ più forte il cuore: il Kenya.
Qui sono l’indolenza, il caldo umido, gli sguardi degli uomini e le forme delle donne, quasi prima dei colori e degli odori, delle palme attorno, del sudore che gocciola lungo il collo e imperla il labbro superiore. Tutte cose che amo, chissà poi perché. E che sono più presenti qui a Flores e specialmente ora, già a Sant’Elena per la verità, visto che per la prima volta da quando siamo arrivati in Guatemala ci troviamo infine nel luogo in cui di solito tutti i viaggi in America Latina cominciano e finiscono: una stazione degli autobus.
L’elastico tempo guatemalteco fa sì che il nostro bus Linea Dorada, 1° classe e aria condizionata per quattro ore di viaggio previste e 170 quetzales a testa, conti di partire con mezz’ora di ritardo sull’orario ufficiale. Del resto ho già esplorato l’intero parcheggio e l’autobus neppure c’è.
Ho appena sorriso al primo nero guatemalteco che incontro. Di sicuro va a Livingston, dove siamo diretti anche noi, enclave caraibica in terra maya, dove la marimba incontra il reggae. Il tizio in questione ha il più incredibile cappello che abbia mai visto, una sorta di cilindro rasta con visiera alto almeno 25 cm e in cuoio nero.
La fauna umana in attesa del bus per Rio Dulce è assolutamente fantastica: c’è un italiano superlativo (Fabrizio) che spiega in un inglese rappezzato la ricetta delle crêpes (la mamma è francese, spiega) e ammetto che la ricetta è superba: tre cucchiai colmi di farina per ogni uovo. Farina a fontana, uova al centro e poi si cominciano a mescolare le uova e a incorporare pian piano la farina. Quando è fatto si aggiunge il latte; la quantità di latte è giusta quando il liquido comincia a filtrare tra le dita.

h. 11 - a bordo, finalmente. Pronti al decollo. Incredibile quant’è verde questo paese: solo attraversando il Petén si capisce davvero che quanto ci hanno raccontato, cioè che questo è il secondo più importante e più esteso polmone verde del pianeta, ha ottime probabilità di essere vero.
Lungo la strada, poco prima di Rio Dulce, un cartello che annuncia la vendita di armi e munizioni mi fa tornare in mente gli avvisi, quanto meno curiosi, che ho visto in tutte le banche: “non si entra armati”. A Rio Dulce, ormai ben più che in odore di Caraibi (con ragazze incantevoli) tutto questo acquista un senso diverso e assai più preciso: tutti girano armati. C’è un tizio che passeggia con un fucile a pompa nella mano e una signora dall’apparenza paciosa con la sua brava pistola nella fondina attaccata alla cintura. Piuttosto inquietante. E poi, come dice il messicano che sta per imbarcarsi con noi e con un’altra coppia di italiani (il già citato Fabrizio e Valentina), tutti sono armati tranne noi.

Livingston
Livingston è una vera e propria enclave reggae in terra guatemalteca. Bienvenidos a Livingston ci accoglie un cartello stradale blu di fianco al molo. E poco oltre uno striscione dice “Bienvenidos! A Livingston declarado Municipio Amigo de la Paz”. Rasta men vibrations ovunque. Con dredalocks di contorno. E, naturalmente, Fabrizio non è ancora sbarcato che già gli offrono da fumare.
Paese povero e semplice ma colorato e musicale. Ci si sente bene, insomma. Superrilassati. Il tapado, zuppa di pesce locale con banane e latte di cocco, è come la compagnia: ottimo e abbondante.


(nella foto: autobus alla stazione di Sant'Elena)

09 settembre 2007

7 agosto 2007 - Tikal-Flores. Romanticherie

Margarita al tramonto dietro l’isola al centro del bellissimo lago di Petén Itza, sull’isola di Flores, incante- vole. Unico problema (ma, in fondo, marginale) il margarita è pessimo (dolce, per giunta, ma che è?). Ho l’impressione che Flores sia una destinazione privilegiata per le vacanze dei guatemaltechi, magari i chapin (termine che designa appunto i locali) amano il margarita dolce, quien sabe?
Attorno a me c’è una frenetica corsa a fare le foto usando il tramonto come sfondo: il movimento attorno a noi si moltiplica. Resta che, come ho scritto nella maggior parte delle cartoline appena compilate, lo spettacolo toglie il respiro: l’acqua è ormai diventata oro rosa e il verde degli alberi si fa più scuro istante dopo istante. Un miracolo che si ripete ogni giorno e che Pinocchietto e io abbiamo la fortuna di poter raccogliere insieme in questo qui e in questo ora.
Grazie a questa banalità del sublime (o sublimità del banale?) Flores mi rimarrà negli occhi per sempre. E poi c’è la gita in canoa a due di oggi pomeriggio e la decina di volte in cui abbiamo rischiato di ribaltarci. Ma ce l’abbiamo fatta: siamo una squadra fortissimi.


(nella foto: tramonto a Flores)

08 settembre 2007

6 agosto 2007 - Tikal e Uaxactun. Maya platonici?

Ogni giorno a Tikal un centinaio di turisti provenienti da tutto il mondo celebra una sorta di rito mistico collettivo: dai gradini della piramide n° IV, la più alta di Tikal, con i suoi 64 metri, si assiste al risveglio della foresta e del sito archeologico. Il sole non si vede, ogni cosa è avvolta nella bruma che lentamente scopre la selva e fa apparire e scomparire i templi in lontananza. Tutti gli animali salutano il giorno gridando o, forse, chissà, cantando a modo loro (a meno che non stiano semplicemente sbadigliando, ma, in questo caso,alla faccia degli sbadigli). L’insieme dei suoni produce uno strano fenomeno: la cacofonia apparente diventa musica e rende tutti i presenti muti. Sarà che siamo partiti alle 4.30 e che abbiamo marciato 40 minuti nella giungla, anche se mi piace pensare che sia semplicemente, e, per una volta, meno cinicamente, la maestà dello spettacolo, fatto sta che il rito zittisce tutti per almeno mezz’ora. E, probabilmente, questa è, in un certo senso, la più grande delle magie.
Solo dopo che piramidi e templi si sono fatti completamente visibili, arrivano le guide a dividerci in gruppo, secondo l’agenzia e/o la lingua. Così seguiamo Neftali alla scoperta di un’altra parte di Tikal, il bellissimo Mondo Perdido e la piazza dei Sette Templi.
Nel pomeriggio, sempre insieme a Neftali, siamo gli unici turisti a visitare Uaxactun. A quanto ci dice la nostra guida, la cittadina, che vanta 4000 anni di storia, era un po’ “la Nasa dei Maya”, il luogo dove risiedevano scienziati e astronomi e il più preciso, se non il più importante, osservatorio astronomico del mondo maya. Preferisco pensare che alcune monarchie maya abbiano in qualche modo saputo anticipare in epoca preclassica qualcuno dei concetti della “Repubblica” di Platone. Chissà.
Il complesso delle rovine è meno imponente di Tikal ma possiede una sorta di aura mistica, come un po’ tutti i centri religiosi, a qualsiasi civiltà appartengano e in qualsiasi latitudine si trovino. Anche solo la calzada, la strada che conduceva alla piazza principale, nella quale non resta alcuna vestigia, e che oggi è solo una sorta di radura longilinea con qualche maestoso albero che crea una volta protettiva, emana un fascino sovrannaturale.


(nella foto: vestigia maya a Uaxactun)

07 settembre 2007

5 agosto 2007 - Antigua-Flores-Tikal. Sulle tracce dei Maya

Cominciamo subito con un primo giro pomeridiano delle rovine, accompagnati da Neftali, un bravo figlio, meticcio di origine kekchi, un po’ furbetto, leggermente esoso e non particolarmente colto, ma, insomma, dopo aver visto il suo “palazzo” (la definizione è sua, faceva un ironico riferimento ai palazzi maya) a Uaxactun, penso che i suoi extradollari se li strameriti.
Il sito è molto bello, le rovine immerse nella giungla, con le scimmie-ragno, i tucani e i procioni che accompagnano la scoperta. Neftali ci mostra le cisterne costruite dai Maya che, a suo dire, avrebbero scelto di insediarsi in questa zona per l’abbondanza di pietre (da costruzione). Viceversa, l’acqua non c’è sempre e ci sono tre mesi di secco totale. Tuttavia il Petén, che è il più grande dipartimento di tutto il Guatemala (più esteso dell’intero Belize), ha l’aria più che fertile e ospita il biotopo maya protetto, che si estende a Tikal e dintorni per quasi due milioni di ettari.
L’unico neo di questo bel percorso indietro nel tempo e avanti nella natura è una conversazione che ci è sembrato di captare tra due tizi nel bar del parco: l’antica Ruta Maya sarebbe uno dei percorsi privilegiati del narcotraffico internazionale. Passerà anche di qui?

Nota a margine numero tre: ! A Tikal, giustamente, i cellulari non prendono (a parte che sulla cima della Piramide IV). Così imparate, Pinocchietto compreso, a portarveli in vacanza.


(nella foto: Tikal, piramide numero boh, la turista ha smarrito pure la memoria)

06 settembre 2007

4 agosto 2007 - Panajachel-Antigua. Tempo di elezioni

Devo ricominciare? Antigua è come l’abbiamo lasciata e il viaggio ininte- ressante, perciò meglio parlare (e scrivere) d’altro. Per esempio di Rigoberta Menchu, citata nel capitoletto precedente. La sua biografia, “Me llamo Rigoberta Menchu, y asi me nacio la conciencia” la sto leggendo soltanto ora. Rigoberta, però, il premio Nobel per la pace l’ha già vinto nel 1992. Attualmente è candidata alla presidenza del Guatemala, le elezioni sono il 9 settembre e oggi, proprio mentre scrivo sul blog, oggi 6 settembre intendo, i sondaggi (sempre loro, maledetti) la danno indietro. Sergio diceva che non vuol dire, che è difficile, se non impossibile, entrare nella testa de los indigenas.
Mentre viaggio mi guardo attorno: dal primo giorno ho visto un sacco di manifesti dell’Une, un partito di centrosinistra con un programma quasi di destra, del Gana, il partito dell’attuale presidente che più di destra è raro, e, cosa ancor più spaventosa, una quantità di propaganda per i fascisti del partito di Otto Perez Molina, il Partido Patriota. Il sorriso di Rigoberta è assente. Lo scorgo solo tre volte in tutta la vacanza e sempre nei pressi di Guatemala City. Intanto continuo a leggere che la violenza politica cresce in Guatemala e il 16 agosto “Le Monde” scrive: “La campagna per le elezioni generali del 9 settembre è la più sanguinaria dal ritorno della democrazia nel 1985. Una quarantina di candidati e di militanti sono già stati assassinati”. Ahi, que pena. In bocca al lupo, señora Menchu e buona fortuna Guatemala.


Altre informazioni qui


(nella foto: Rigoberta Menchu)

05 settembre 2007

3 agosto 2007 - lago di Atitlan (Santiago, San Pedro e Tzununa, cioè colibrì in maya). Yo soy americano

“Mi tierra es casi un paraiso de todo lo lindo que es la naturaleza en esos lugares ya que no hay carreteras, no hay vehiculos. Solo entran personas” da “Me llamo Rigoberta Menchu y asi me nacio la conciencia”, prima edizione 1985.
Ed ecco la giornata del lago: appuntamento alle 8 meno un quarto all’hotel di Sergio. In realtà troviamo il nostro ad aspettarci già lungo la Calle Embarcadero (anche perché siamo leggermente in ritardo). Arriviamo alle lance al momento più opportuno per imbarcarci verso Santiago, la prima tappa, turistica, come dice Sergio. “Avete capito alla perfezione il concetto di tempo guatemalteco”, aggiunge, “elastico”. Poi comincia a raccontare di sé, pecora nera figlio di una pecora nera. La madre, quiché, rimase incinta di un mam (aveva altri due figli da un precedente marito, quiché). Bisogna sapere che i quiché ebbero la meglio sui mam a Xela, dunque, i mam sono gli sconfitti e i quiché i fieri conquistatori. In base a questa presunta superiorità quiché, i genitori della madre le offrirono solo due possibilità, entrambe terribili: scegliere di stare con il suo nuovo uomo mam e con il bambino, ma spogliarsi della sua appartenenza quiché e con questo rinunciare per sempre anche solo a vedere la sua famiglia oppure lasciare che fossero i nonni ad allevare il bambino nella più pura tradizione quiché. Furono la disgrazia e la fortuna di Sergio: non conobbe mai suo padre ma apprese dal nonno tutta la cultura e la mitologia maya. Quel sapere che oggi può dividere con noi.
Comincia così il suo racconto, anche per dirci che non approva la retorica attorno al povero maya, vittima dei Conquistadores e del razzismo da parte dei bianchi. Non che non siano verità, dice lui, ma anche tra maya e maya ci sono state lotte fratricide e c’è tuttora razzismo. La prova è la sua storia personale. Reietto fin prima di nascere e disprezzato all’interno della sua stessa famiglia perché al 50% mam. Subito dopo, però, ci tiene a precisare che ama la sua gente, soprattutto per via di quel celebre sorriso che, a dispetto di tutte le disgrazie che l’hanno colpita, continua a illuminarne il volto.
Sbarcati a Santiago Sergio comincia a spiegarci la concezione maya del mondo e il perché della facilità con cui i maya hanno accettato la religione cattolica. Per esempio la croce: per i maya il mondo stesso è una croce, una x per essere più esatti, nella quale i punti cardinali giocano un ruolo fondamentale. Al nord corrisponde il colore bianco, al sud, regno dei morti, il giallo, all’est, dove si leva il sole, il rosso, e all’ovest, dove il sole muore, il nero. Al centro il verde, simbolo della vita. Ci mostra alcune stoffe ricamate a mano e ci fa riconoscere alcuni elementi importanti nella cultura maya: il sole (cioè il maschio) e la luna (la donna), la piramide, il quetzal (uccello mitico, simbolo del Guatemala, oggi quasi estinto), gli zigzag orizzontali, ossia le montagne, quelli verticali, la pioggia, il fulmine. Poi ci fa vedere una sauna maya, un tuj, che affianca sempre un’abitazione. Qui, al momento del travaglio, entravano la luna sul punto di partorire, il suo sole e la levatrice. Alla madre la levatrice dava in braccio il bambino, mentre al padre toccava la placenta. Se il neonato era maschio il padre seppelliva la placenta all’interno della sauna, in modo che, quando a sua volta il figlio sarebbe diventato padre all’interno dello stesso tuj parte della sua anima si fondesse con quella del nuovo nato.
A Santiago, di etnia tzutuhil, le donne portano huipil (le casacche tradizionali delle donne guatemalteche) su cui sono riccamente ricamati un mucchio di uccelli (ogni etnia e ogni villaggio ha motivi e colori propri che ne caratterizzano il ricamo). Santiago è l’ultimo villaggio che si affaccia sul lago di Atitlan nel quale gli uomini portino ancora il costume tradizionale (si vede ancora qualche vecchio anche a San Pedro della Laguna).
Attraversiamo il mercato dove, come a Chichi, si vedono donne preparare le tortillas usando anche la calce viva. L’uso della calce era indispensabile prima dell’arrivo dei Conquistadores, cioè prima dell’arrivo delle mucche e del loro latte: attraverso la calce le tortillas assorbivano il calcio necessario al nostro organismo. Sergio ci mostra erbe, spezie e pil-pil (che non è, come pensiamo in Europa, peperoncino, quello viene aggiunto al preparato; il pil-pil di suo non è piccante), le varietà di fagioli e di mais (di quattro colori, gli stessi dei punti cardinali, bianco, rosso, giallo e nero) e poi saliamo alla chiesa.
All’interno un miscuglio di simboli cattolici e maya (le spighe sull’altare, per esempio, che già abbiamo visto riprodotte sulla facciata della chiesa della Merced ad Antigua. Il mais per i maya è un dio e gli uomini discendono dal mais. Cfr. “Hombres de mais” di Miguel Angel Asturias). Ci sono santi vestiti con veri abiti e un Gesù a cavallo che calza dei Santiago. La Chiesa è piena, quasi esclusivamente di donne e donne sono pure quante officiano il rito. All’interno della chiesa una targa ricorda padre Stanley Francis Rother, scomodo missionario dell’Oklahoma, che aveva fondato una scuola per gli indigeni e che, perciò, venne considerato, evidentemente, un pericolosissimo rivoluzionario e trucidato, in chiesa, nel 1981, dagli squadroni della morte. L’educazione (o piuttosto la mancanza di istruzione) è una delle chiavi di volta dell’oppressione in Guatemala. Al termine della giornata, a Tzununa, abbiamo incontrato un poeta militante della causa dei popoli indigeni che si batte, tra le altre cose ma quasi in primo luogo, per il diritto a un’istruzione pubblica, gratuita e laica per tutti. Come del resto, ci dice, sta scritto nella Costituzione guatemalteca. Analfabetismo, alcolismo, machismo, oblio dei costumi e del sapere tradizionali: i maya sono affetti dalle stesse malattie che distruggono tutte le culture e i popoli del mondo. Il nonno di Sergio faceva un buco nella terra con un bastone e vi piantava nove semi: tre di mais, tre di fagioli e tre di zucca. Questo semplice gesto garantiva tre raccolti e la protezione del terreno al tempo stesso. Oggi tutti tagliano alberi e nessuno ne pianta. La montagna vive dove ci sono le piantagioni di caffè e muore dove si fa terra bruciata per piantare altro mais. Si vedono qua e là le pendici del vulcano, San Pedro o Atitlan che sia, spelacchiate: senza gli alberi a fare da argine le inondazioni sono devastanti e distruggono case e raccolti. È successo a Tzununa, l’ultimo villaggio che visitiamo, dove ancora si vedono i segni lasciati dall’acqua. A Santiago, però, ci sono 30 diverse chiese per altrettante confessioni religiose; sempre meno cattolici, sempre più protestanti, sempre più fanatici. È uno dei nuovi volti del colonialismo americano (“non dite americano, per favore. Io sono americano. Dite statunitense” continua, a ragione, a riprenderci Sergio), insieme ai MacDonald’s e alla Coca Cola (“gli indios la danno anche ai neonati, nei biberon”, ci dice), apparentemente meno violento dell’intervento Cia che costò ai guatemaltechi 40 anni di guerra e che continua a costargli una classe dirigente dispotica (“il Guatemala è sempre dominato da una ventina di famiglie, Sinibaldi e Co. e Sinibaldi”). Probabilmente altrettanto pericoloso.
San Pedro de la Laguna, intanto, villaggio incantevole deturpato da costruzioni mostruose e dominato da un’orribile chiesa a torta nuziale che appartiene a chissà quale congregazione, è diventato nei detti popolari San Pedro de la locura: che attiri fricchettoni da tutto il mondo può sembrare pure simpatico, ma lo diventa un po’ meno se si constata una sospetta forma di nuova ricchezza locale, che potrebbe essere legata al narcotraffico.
D'altra parte il lago, grazie a una brillante idea della Pan American World Airlines, con enormi interessi in Guatemala nel passato, e con l'appoggio dei governanti locali, ora è popolato solo da tre tipi di fauna: un delizioso pesciolino autoctono, per ora sopravvissuto all’invasione dei black bass, i granchi, che grazie al guscio non sono preda dei black bass, e i black bass stessi, introdotti appunto su proposta della Pan American, carnivori che hanno distrutto quasi tutte le altre forme di vita nell’Atitlan. C’è di che avercela con i gringos, no? Hasta la victoria, compañero Sergio.

Nota a margine numero due: ! Aerosol Spiritual de Tapa Boca per aspergere le foto e fare un incantesimo che renda muti. Visto nella casa di una confreria (due unite, a dire il vero: San Gregorio e San Giuseppe) a Santiago sul lago di Atitlan.


(nella foto: interno della chiesa di Santiago Atitlan)

04 settembre 2007

2-4 agosto 2007 - Attorno a Panajachel. Gente

Tempo di incontri. E di eventi. Il che spiega perché non sono riuscita a scrivere una sola riga in tre giorni. L’incontro fondamentale è quello con Sergio Manuel Garcia, guida 45enne che parla un francese quasi perfetto ed è un autentico maya, 50% quiché e 50% mam. Peccato averlo incontrato dopo la visita a Chichicastenango.
Visto che non sapevamo di doverci andare, infatti (e che nessuna delle nostre due guide ci indicava la dritta), ci siamo persi il cimitero di Chichi. Avremmo visto un luogo pieno di tombe coloratissime (un po’ come ne avevo visti nello Yucatan o nel Quintana Roo durante il mio primo viaggio in Messico), pieno di gente che portava offerte ai morti. Secondo Sergio si porta in offerta quello che i defunti amavano mangiare e bere quando erano vivi, dunque tortillas, fagioli e magari birra. Tra un po’, sempre secondo Sergio, si vedranno hamburger MacDonald e Coca Cola, anzi, quest’ultima già si comincia a vedere. Se devo (devo?) procedere con ordine, comunque, il primo incontro è quello con due belgi (Dorothée lei, lui chissà) incrociati sul minibus che ci ha portato da Antigua a Panajachel. Si sono fermati al nostro stesso hotel, l’Utz Jay, cioè Casa Buena in maya. Di primo acchito non abbiamo granché simpatizzato, ma poi li abbiamo incontrati al termine del loro giro sul lago Atitlan con Sergio ed è grazie a loro che abbiamo effettivamente fatto lo stesso tour: ne erano entusiasti.
Il giorno seguente ci siamo imbarcati nuovamente sullo stesso minibus dei belgi alla volta di Chichi. Abbiamo trovato un equipaggio quasi interamente francofono (con l’eccezione di uno spagnolo in viaggio da solo che già era con noi nel viaggio da Antigua a Pana). Tra i passeggeri ce n’erano due particolarmente simpatici: Flo e Thierry, da Lione, con i quali abbiamo passato tutto il nostro tempo a Chichi.

Chichicastenango
Seguendo le istruzioni dei due preziosissimi belgi ci siamo svegliati prima dell’alba e alle 5.30 siamo scesi, con Flo e Thierry e senza colazione nello stomaco, al mercato. Secondo i belgi era indispensabile muoversi presto perché la cosa più interessante era vedere la preparazione del mercato e la cerimonia mayo-cattolica della Chiesa Santo Tomas. In effetti ho il sospetto che ormai anche i riti dipendano dai turisti che arrivano, in massa relativa, ma comunque in maggioranza, direttamente da Pana, in giornata, attorno alle 9.
Perciò, a parte qualche sciamano (che Sergio sostiene essere termine dispregiativo) che agitava turiboli di incenso davanti al portone chiuso della chiesa attorno alle 6 del mattino, non c’era granché altro da vedere. I maya preparavano i loro banchi ma confesso che l’allestimento non aveva granché di emozionante. Solo attorno alle 7, quando Thierry aveva accompagnato una Flo gelata a fare colazione all’Hotel Chalet, che di Chalet ha giusto il nome, abbiamo assistito a una sorta di benedizione. Le candele e il fuoco hanno un ruolo importante, come ci ha spiegato Sergio: il prete (che prete non è) parla sul fuoco perché il fumo porti le sue parole a dio o a chi è già trapassato.
Dopo la benedizione abbiamo raggiunto i nostri nuovi amici e diviso con loro qualche eccellente panino fatto in casa dai nostri ospiti, squisiti (tanto più che alle 5.30, al momento di uscire, li abbiamo svegliati facendo suonare l’allarme, che è doverosamente scattato non appena abbiamo aperto la porta). Una volta rifocillati, ci siamo rituffati nel mercato, fatto qualche acquisto di rito, ammirato qualche bel tessuto antico e assolutamente carissimo di cui abbiamo deciso di privarci, cazzeggiato attorno al mercato alimentare, assistito a una sorta di messa tra il pagano e il cattolico, non officiata da un prete, dunque, in una qualche lingua maya che non so più.
Poi Pana ancora, senza Flo e Thierry questa volta, che partivano per un altro villaggio sul lago, San Marco, dove c’è un centro di meditazione yoga (al quale però loro non hanno accennato), a prendere accordi con Sergio per l’indomani e a ritrovare la nostra tana, il Sunset Café.


(nella foto: sui gradini di Santo Tomas a Chichicastenango)

03 settembre 2007

1 agosto 2007 - Panajachel. Rimembranze

Panajachel sembra Pokara, cittadina di passaggio, piena di negozietti, con il suo bravo mercato dell’ artigianato, affacciata su un lago, in questo caso quello di Atitlan, incastonato tra le montagne (i tre vulcani Toliman, 3158 m, Atitlan, 3537, e San Pedro, 3020, sempre in questo caso). Una caldera riempita d’acqua azzurra, tanto azzurra da sembrare acqua di mare.
Abbiamo già trovato il nostro “New Orleans Café”, il luogo favorito dove oziare, la terrazza del Sunset Café, proprio sul lago.
Turisti molti, soprattutto nordamericani, a pacchi, e francesi. Italiani, già scarsi ad Antigua, nessuno.
Mi sembra di essere partita da un secolo, anche se non è che mi senta ancora impregnata di Guatemala. Si vedrà.


(nella foto: scorcio del Sunset Café di Panajachel, dietro il bancone)

01 settembre 2007

31 luglio 2007 - Antigua-Panajachel. Delle impossibili bellezze e di dio

“Lake Como, it seems to me, touches the limit of the permissibly picturesque but Atitlan is Como with the addictional embellishments of several immense volcanoes. It is really too much of a good thing” così Aldous Huxley in “Beyond the Mexique Bay”, 1934.

È quasi un’ossessione: Regalo de Dios. La scritta compare su un numero spropositato di tuc tuc, veicolo indiano trapiantato in terra maya che ha l’aspetto di un’Ape Piaggio e che è il mezzo di trasporto più diffuso in Guatemala all’interno delle cittadine. Regalo di dio. Il concetto è semplice: sono un buon credente ed è per questo che dio mi concede i mezzi per comprarmi un tuc tuc o addirittura un’auto o un camion. I commenti fateli voi.
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