29 novembre 2007

2 agosto 2005 - Katmandu-Zhangmu

7 nights-8 days - Overland adventure in Tibet with one way trans Himalayan flight” è il programma che abbiamo acquistato e che per il giorno numero uno prevede Kathmandu (1300 m) - Zhangmu (2500 m)/Nyalam (3700 m): 123 km/156 km. Descrizione: “Early morning (nella realtà pomeriggio) scenic drive to Kodari (Nepal-Tibet border) through the beautiful Nepalese countryside and after necessary border formalities at Nepalese immigration, an hour adventurous uphill drive by truck (normally) or 2 hours walk uphill (in case of landslide) to Chinese immigration (che rende l’ingresso facilissimo, come si vedrà), check-in to the hotel (hotel si fa per dire) or continue to drive to Nyalah. Overnight at hotel”.

Si parte. O quasi.
Tutti in pullman, ore 9.14, altri quattro italiani e un gruppo di? Usa? più una coreana. Mancano, a quanto pare, tre ritardatari. Che poi sono due e sono francesi.
Il loro arrivo non cambia granché, quello che si aspetta è l’aereo da Lhasa con i permessi (per? noi? Evidentemente, visto che se no non si parte, ma, mi domando, perché il sabato, quando si parte alle 5.30, gli stessi permessi non sarebbero necessari?).
Una volta che l’aereo atterra a Katmandu, ci comunicano che andiamo a prenderci i permessi all’aeroporto (che, comunque, più o meno, è di strada). Non potevamo partire prima per l’aeroporto? Misteri nepalesi. Il risultato è che sono le 10.20 e non siamo ancora davvero partiti.

La colazione prevista nel programma è un miraggio e, a quanto pare, pure il pranzo. Perciò sono ultrafelice di essermi portata dietro gli avanzi di pizza che Carlito schifava. Di fatto le fettine fredde di una margherita versione Katmandu ci faranno da colazione e anche da pranzo. Mentre a merenda prenderemo qualche banana al confine.

La strada tra Katmandu e Kodari, proprio come promesso dal programma, è bellissima: si sale e si scende in mezzo ad abeti che sembrano ancora più verdi sull’argilla rossa, qualche casa sparsa, un sacco d’acqua, ruscelli, cascatelle e poi veri fiumi. Le mucche si diradano man mano che aumentano le capre (fantastiche le capre che mangiano i manghi). Il disastro e le stramberie cominciano dalla frontiera.

La nostra brusca e antipatica guida sembra disposta a fare finalmente qualcosa per noi: occuparsi dell’uscita dal Nepal. Dunque scendiamo tutti dal pullmino, non prima di aver subito l’assalto dei nepalesi cambiavalute (1 € = 8,5 yuan, che non è propriamente il cambio più vantaggioso). La guida arriva addirittura a consigliarci da chi cambiare (che s’ha dda fa’ ppe’ campa’).

Comunque, armi e bagagli in mano o in spalla, affrontiamo una ventina di metri di terra di confine, dopodiché la guida ci intima di fermarci e di attendere. Carlito ne approfitta per comprare una cassa d’acqua. Io, invece, come si saprà tra poco, colgo l’occasione per mettere tra parentesi il cervello per un paio d’ore.

I nepalesi, come sempre abbondantemente armati, sono tranquilli e non fanno una piega neppure quando li prendiamo in foto sulla sbarra di frontiera.
Poco o nulla sembra cambiato nella fisionomia dei volti: i tibetani, che in quest’area sono ancora decisamente maggioritari rispetto ai cinesi, sono pressoché identici ai nepalesi di frontiera.
L’unica differenza apparente è che, appena superata la prima barra di metallo, si moltiplicano i tavoli da biliardo. Per lo più collocati in situazioni improbabili: per esempio in una stanza su strada che da noi sarebbe un negozio privo di porte e vetrine ma dotato di saracinesca. A posteriori mi chiedo se il biliardo non sia uno degli sport nazionali cinesi (con Cina usato come termine generico e globale), co-protagonista, tra l’altro, del primo episodio, “Il tempo dell’amore”, del film taiwanese “Three Times”.

Una ventina di minuti più tardi, mentre ho infilato gli occhiali sopra la testa e scrivo, cominciano le prime gocce di pioggia.
È il momento scelto per muoversi.
Riprendiamo tutto quanto e percorriamo ancora qualche decina di metri fino a raggiungere l’estremità cinese del Ponte dell’amicizia.
Qui nuovo stop. E nuovo ordine: tutti i bagagli in fila vicino al parapetto, a lato dell’ufficio China Inspection and Quarantine.

Dimenticavo: prima che attraversiamo il ponte-confine ci ripetono fino alla nausea che non abbiamo il diritto di fare foto. Visto quello che accade ai nostri bagagli sospetto che i cinesi abbiano paura del ridicolo. Un tizio si arma di uno spruzzatore da Ddt formato gigante e inonda più volte zaini, borse e valigie di una misteriosa sostanza disinfettante. Ma non erano i cinesi ad avere la Sars? Ah, ah, ah. Ah, l’operazione avviene sotto lo sguardo più o meno vigile di un altro tale, the Doc immagino, in camice bianco.

Appena terminata l’operazione la pioggia si fa più insistente. Ho già il mio cappellino impermeabile in testa, ma sfodero anche il poncho anti-pioggia.
Compiliamo un altro Immigration form (il primo, riempito sul pullman, era evidentemente destinato ai nepalesi) e presentiamo foglietto e passaporto ai due impiegati dietro lo sportello di frontiera.
Qui avviene un’altra cosa strana: l’impiegato ci punta un termometro nello spazio tra gli occhi e comunica alla collega la temperatura di ciascuno, che la signorina, puntualmente, annota. Di nuovo la Sars?

Mentre notiamo una fila di camion colorati in fila su una cresta parallela (a proposito, i camion cinesi sono anche meglio di quelli nepalesi. Se quelli avevano al massimo una collezione di Buddha, questi si sbizzarriscono: ce n’è uno con un enorme Yin e Yang, uno con un grande ritratto di Bob Marley e via enumerando), arriviamo a un imponente arco cinese con giganteschi ideogrammi dorati (“Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”?) sotto il quale staziona il funzionario che deve controllare i nostri passaporti e visti.
La pioggia è ormai un diluvio. Tanto che quando estraggo il marsupietto in tela che contiene documenti, soldi, biglietto aereo Lhasa-Katmandu, carta di credito e, in breve, tutto quanto è davvero importante, lo trovo più bagnato che umido. Così decido di tenerlo in mano.

Passato il controllo, si corre sotto la cortina d’acqua fino a raggiungere un riparo sotto una tettoia in plastica. Mentre siamo ammucchiati là in attesa di poter salire sulle jeep, mi accorgo di aver perso gli occhiali (in effetti li avevamo lasciati infilati in testa mentre scrivevo alla frontiera nepalese. Nel frattempo non me ne sono più occupata. In compenso ho infilato il cappello prima e il poncho poi e ho sfilato e rimesso più volte lo zainetto di Carlito che porto sul davanti). Li cerco attorno al collo, più o meno addosso, levo il poncho. Niente, spariti. Mi rompe parecchio, anche perché mi farò il Tibet da ciecata, ma mi rassegno. Sono un’inguaribile imbranata. In più, a quanto pare, sono pericolosamente distratta. E sottolineo: pericolosamente.

Arriva il momento di raggiungere le jeep e la pioggia se n’è quasi andata. Sto per toccare l’auto quando mi accorgo che ho perso il marsupietto. Un genio. Adesso sono un po’ più inquieta: levo il poncho, guardo nello zaino di Carlito, ma lo so che non è lì, non l’ho mai messo dentro, non può esserci, mi sono limitata ad appoggiarlo lì sopra e a tenerlo con le due mani. Fino a quando?

Controllo il pile che ho annodato in vita e ritrovo gli occhiali. Una parte di me ride, sono davvero contenta del ripescaggio in extremis della mia protesi da sole. Ma sono anche in ambasce: in terra di nessuno senza passaporto. Un genio, ripeto, un genio.
Torno sui miei passi. Nell’acqua che mi arriva sopra le caviglie, malgrado gli occhiali ritrovati, non vedo niente.
Ma gli angeli esistono. Io, poi, di angeli custodi devo averne due. E li tengo sempre costantemente occupati. Infatti vedo arrivare verso di me due ragazzi nepalesi che mi porgono il mio inzuppato marsupietto. Non so come ringraziarli: tutti gli yuan li ha Carlo, gli regalo un po’ di euro che non li rendono affatto contenti. Tuttavia continuano a preoccuparsi di me: ma hai controllato di avere il passaporto? Macché. Lo faccio ora. È in condizioni pietose ma quello che sta peggio è decisamente il biglietto aereo, speriamo bene.

Conquisto finalmente il posto sulla jeep e stendo sulle gambe tutti i miei fradici averi. Mauvais timing et mauvaise nouvelle: dobbiamo stringerci e stare in quattro sul sedile posteriore, siamo in 34, autisti esclusi, e abbiamo soltanto sette jeep. Sale Alessandra, costretta, almeno per questo tragitto, a separarsi da Luigi. L’autista ci comunica che abbiamo appena sette chilometri da fare. La strada necessaria a raggiungere Zhangmu, il villaggio di frontiera cinese. Dove, visti i ripetuti ritardi che non ci consentono di raggiungere Nyalam, pernotteremo.

Toh, i cinesi, ora che ci penso all'asciutto e posso permettermi di guardarli dal finestrino, non hanno un’arma. Il che non gli impedisce di essere perentori.

Al villaggio nuova sorpresa, ovvero nuova dogana. La guida ci intima di lasciare i bagagli dove stanno, prendere il necessario per la notte e seguirlo all’albergo. È la guida tibetana, quella nepalese ci ha affidati a lui prima che varcassimo l’arco. Qualcuno protesta e ottiene, proprio come Carlito, di poter portare con sé l’intero bagaglio. Arrivati all’albergo, per il quale, secondo l’esimia guida, il sacco a pelo è inutile, ci smistano nelle stanze a cinque per cinque. Carlito chiede una camera da sei e fonda così la colonna italiana.

Quarto piano. Lungo le scale puzza di piscio, che non promette nulla di buono. La camera non è davvero granché: sei letti allineati lungo le pareti, coperte, asciugamani, materassi e cuscini che sembrano gridare "lavatemi". Con pazienza leviamo tutto questo ammasso di zozzerie, materasso escluso, e stendiamo i nostri sacchi a pelo. La stanza è proprio di fianco al bagno comune, che, tutto sommato, è frequentabile e le docce sono al piano di sopra. Anche per la cena restiamo in colonia Bel Paese anche se a noi si aggiungono i due francesi: vivono in Turkmenistan, probabilmente il buco del culo del pianeta, a quanto raccontano. Ma questa è un'altra storia.


(nella foto: prima frontiera nepalo-cinese)

28 novembre 2007

C'era una volta il Tibet

Premessa

Questa storia, proprio come il blog su cui è nata “La turista smarrita”, ha avuto il suo inconsapevole inizio oltre sette anni fa. Con il viaggio di cui racconto in “Mustang lento”. Quelle prime pagine sono nate in rete, man mano che aggiornavo un’amica sulle mie vacanze. Via e-mail. È stata la prima volta che i miei diari di viaggio sono usciti dai miei taccuini. Per il momento non è stata l’ultima.
Nel frattempo qualcosa è successo a me. Non sono stata travolta da una crisi mistica buddhista, né illuminata dal Dalhai Lama, sono solo cambiata. E, forse, almeno un poco, ne sono responsabili anche i miei viaggi.

27 novembre 2007

Parigi, oggi

Da un anno a questa parte sul Nepal non ho più scritto niente. Né un post, né, tanto meno, un articolo. Lo ha fatto Alessandro, però, nel suo blog d'autore e leggerlo a me scalda il cuore (a proposito, la foto l'ho presa dal blog di Gilioli, spero nessuno se ne abbia a male).
Che accade oggi in Nepal? La situazione è instabilmente stabile. Il parlamento provvisorio ha chiesto al governo di preparare la proclamazione di una Repubblica: un compromesso con i maoisti che chiedevano l'abolizione immediata della monarchia. Il Nepal è tuttora un regno ma il suo re fantoccio è esautorato da ogni potere e privilegio. Il governo naviga a vista, in attesa di preparare una grande consultazione popolare, al più presto per l'aprile 2008, che dovrebbe eleggere un'assemblea costituente, decidere le sorti della monarchia e, ça va sans dire, il futuro politico della nazione himalaiana. Che la sorte ci accompagni.

14 novembre 2007

Parigi, 18 maggio-novembre 2006 - Piccoli passi

Il re è un po’ più nudo che nel post precedente: il Parlamento nepalese ha cominciato a togliere all'orrendo Gyanendra parte del suo potere. E, soprattutto, gli ha tolto, con voto all’unanimità, il comando delle forze armate. In attesa di levargli anche il trono, si spera.
Intanto il Gilioli va e viene dal Nepal. Questa intervista (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2006/11/09/prachanda-on-line) è un gran bel lavoro del caporedattore dell’Espresso. Per quanto mi riguarda, ora e sempre: lunga vita al compagno Prachanda.

13 novembre 2007

Parigi, 24 aprile 2006 - Il re è nudo

Sorellina, nipotina e cognato sono partiti appena in tempo. Hanno lasciato Katmandu e, il giorno dopo, la rivolta era su tutte le bocche. Ci sono voluti una ventina di morti in piazza, ma, improvvisamente, tutto il mondo occidentale si è accorto del Nepal. Sta esplodendo e, per quanto riguarda me, l’evento era atteso da mesi. Quello che sta accadendo ora sarebbe potuto accadere a gennaio. O a febbraio. L’importante è che accada. Negli ultimi tre-quattro giorni persino il “Corriere” e “La Repubblica” hanno ficcato il Nepal in prima pagina. Pazienza se qualche articolo era infarcito di fregnacce e ha chiaramente dimostrato che di Nepal parecchi di quelli che ne stanno scrivendo sentono parlare per la prima volta; pazienza, ripeto, i bravi colleghi imparano in fretta. E oggi qualcuno cerca di capire.
Prachanda, il leader dei maoisti, l’ha dichiarato nell'ultimo discorso: non ci sono che due soluzioni, o la famiglia reale va in esilio o zac. L’Alleanza democratica non lo dice; reclama, comunque, un’assemblea costituente. Il sottinteso è il passaggio dalla monarchia alla repubblica e allora bye bye Gyanendra Shah e bye bye a tutti gli Shah. I nepalesi non credono più che il re sia una divinità; non questo re, almeno.
I nepalesi di Parigi, ma sono pochi, pochissimi, appena un migliaio in tutta la Francia, trattengono il fiato, pieni di speranza. In giorni come questi il futuro sembra comunque rosa. Io incrocio le dita e sogno che il Nepal sappia offrire al mondo la migliore delle lezioni e non conceda spazi alla crudeltà.


(nella foto: arancio a Durbar Square, Katmandu)

12 novembre 2007

Parigi, 12 febbraio 2006 - Ong

Non vorrei ci si sbagliasse: non è che il Nepal sia un completo scono- sciuto, il suo 129° posto tra i paesi con il più basso Isu, Indice di sviluppo umano, qualcosa gli ha attirato, le Ong. Mi hanno raccontato che ci sono 36.000 Ong che operano in Nepal. 36.000, mica cazzi. Alcune saranno fittizie, certamente, ma 36 mila sono quelle registrate: tra queste ce ne sono di grosse e di microscopiche.
La prima volta che sono stata in Nepal, cinque anni fa, sono andata a visitare qualcuna di queste strutture. Il Wodes, Women Development Society, è un’associazione che si occupa di donne. Avevano allora diversi progetti: organizzavano gruppi di lavoro al femminile e azioni contro i principali problemi, dall’alcolismo al controllo delle nascite. Poi la scuola messa in piedi da Stella Tamang, che, insieme alla la sorella Della, gestisce la Bhrikuti Secondary School. Alcuni degli 11 figli del mio amico Nima cuore di panna studiano lì. È una scuola come non ce ne sono neppure in Occidente, il cui vero scopo è educare, anche attraverso il gioco e le arti, più che istruire. Ci sono corsi regolari e corsi per ragazze “delle montagne”, lavoratrici in erba, analfabete e similia. Una visione trasformata in realtà. E, infine, il Cwin, Child Workers in Nepal, che è appunto un centro per bambini lavoratori, l’unico deludente, malgrado o forse proprio per l’appoggio Onu.
L’estate scorsa, invece, ho conosciuto per caso, in viaggio verso il Tibet, un americano pazzo e giramondo, fervente cristiano, che, dopo aver passato diversi anni in Sudamerica e svariati tra Pakistan e India, si è stabilito con moglie e figli a Katmandu e si è creato la sua bella Ong. Si occupa, a suo dire, di ragazzi vittime della guerriglia, per lo più orfani. È un gran brav’uomo e si vede, anche se è evidentemente imbevuto del furore messianico dei missionari made in Usa, quello che li fa assomigliare tutti a una massa di mormoni o di avventisti del settimo giorno assetati di proselitismo. Anche Mae-Sot, la cittadina tailandese al confine con il Myanmar (ex Birmania) attorno alla quale da una quarantina d’anni sono stati insediati i campi di profughi Karen, perseguitati dal regime di Yangoon, ne era piena. Al di là della predicazione, ritengo comunque probabile che l’amico americano faccia un buon lavoro. E di gente come lui, il Nepal, stando ai numeri e anche a un poco di esperienza personale, è pieno.

P.S. Nel frattempo il principe nepalese si è fatto un giro in Europa


(nella foto: Bollywood a Katmandu, Durbar Square)

09 novembre 2007

Parigi, 27 gennaio 2006 - Raccontavano a Rukum

Il racconto risale all’8-9 gennaio, ai giorni, cioè, in cui ero a Katmandu. Rukum è il nome di un distretto a ovest di Katmandu, una delle aree controllate dai maoisti. Secondo quanto mi è stato riferito, da fonti estremamente attendibili, l’esercito maoista stava riunendo circa 7000 uomini, pronti a spostarsi verso est, cioè in direzione della capitale. Attentati e scontri tra le due armate (quella comunista e quella reale) erano ricominciati e la situazione si stava surriscaldando, soprattutto in vista delle elezioni municipali dell’8 febbraio. Elezioni-farsa alle quali, si diceva allora, parteciperebbero qualcosa come 72 partitini, ma nessuno dei sette partiti che compongono l’Alleanza democratica. Come dire che si presentano soltanto i galoppini del re. Quanto ai maoisti, sempre secondo le mie fonti, pare abbiano minacciato gli elettori: chi si reca a votare pagherà le conseguenze dell’atto, sulla propria pelle ed eventualmente pure su quella dei suoi familiari. Il risultato previsto da chi mi ha riportato queste informazioni è che nessuno, o quasi, andrà a votare, soprattutto nelle regioni controllate dai guerriglieri e che i monarchici voteranno al posto degli elettori che non si presenteranno: sono loro che hanno in mano le liste elettorali, dopotutto.

Se interessa approfondire qui c'è quello che ho raccontato sul blog dell'Espresso


(nella foto: preghiere nel vento)

08 novembre 2007

Parigi, 25 gennaio 2006

Un signore che neppure conosco, Andrea Pergola, si è inventato i Blog for Nepal e mi invita a scrivere qualcosa, visto che sono tornata da Katmandu appena una decina di giorni fa. Provo a raccogliere. Per ora qualche idea in ordine molto sparso.

La prima cosa che mi viene in mente è che, nel 2000, tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare della guerriglia, si sono dichiarate maoiste o comunque vicine ai maoisti. Compreso un poliziotto. Cinque anni dopo, la scorsa estate, cioè, non trovo affatto una simile unanimità. Per una persona che si è illuminata di un enorme sorriso nel sentirmi citare alcune regioni nepalesi e che ha commentato “Good maoists”, ne ho trovate decine che non avevano alcuna voglia di parlare e una che mi ha tenuto un comizio che potrei definire filonazista (e che detestava, o piuttosto detesta, tanto il re quanto i maoisti). Invece, ho conosciuto un ragazzo, un guardiano, che, in un attentato a un pullman in cui sono morte 88 persone, ha perso la moglie e il figlio neonato. L’ho rivisto a gennaio e mi ha presentato la nuova moglie.
Quest’estate ho assistito anche a qualche manifestazione, di militanti per i diritti umani, per lo più, a partecipazione piuttosto scarsa, tanto che i poliziotti presenti mi sono sembrati altrettanto se non più numerosi dei dimostranti. Niente di sorprendente: si vive sotto dittatura e quasi a ogni dimostrazione c’è qualche ferito, o, almeno, è quanto ho letto sull’”Himalayan Times”, quotidiano abbastanza filogovernativo.
Come ho scritto qualche post fa, comunque, anche se vuoi far finta di niente, non puoi non vedere i poliziotti in giro, o i posti di blocco la sera, lungo gli assi principali della città. Vero è che la maggior parte dei turisti quando è a Katmandu, resta per lo più a Thamel, il centro, dove ci sono ristoranti e locali, e che a Thamel anche di poliziotti se ne vedono meno.
I nepalesi, intanto, vanno a lavorare altrove. Un nostro amico nepali vive ormai negli Usa, dove sta cercando di far arrivare anche il resto della famiglia, un altro lavora per un americano in città, tanti vanno in India (con l’India c’è una frontiera aperta, una specie di Schengen subhimalayana) o in Qatar. Un commerciante indiano che ha trovato l’America a Katmandu, ci spiega che la prima fonte di reddito del Nepal sono i soldi inviati dagli emigrati che lavorano altrove. Non ho modo di controllare l’informazione ma sembra verosimile a tutti gli indigeni e a tutti i residenti cui la riporto. Viceversa, l’unica risposta a una microindagine sulle condizioni di vita del proletariato nepalese arriva da un taxista che parla piuttosto bene l’inglese: il fisso del taxista è bassissimo, 2000 rupie al mese (1 € allora valeva tra le 80 e le 83 rupie, oggi, al cambio ufficiale, siamo attorno alle 87) e con le percentuali (tipo bonus e mance) raggiunge al massimo le 4-5 mila rupie. Lavora cinque giorni la settimana, ma la sua giornata comincia alle 6 del mattino e termina alle 8 di sera: un bel 14 ore tonde tonde. E sta a Katmandu, dunque fa parte della crema della popolazione. Nelle regioni più povere di uno dei Paesi più poveri del mondo, più che vivere si sopravvive. Male.


(nella foto: il vero re del Nepal, sua maestà l'Everest)

06 novembre 2007

Parigi, 21 gennaio 2006

I giornali italiani tacciono. Ho provato a cercare notizie anche sull'Ansa. Inutil- mente. Katmandu è deserta, c'è scritto sul Figaro, i turisti sono vivamente sconsigliati di mettervi piede, ieri 120 arresti, l'altro ieri 100. Il coprifuoco è in vigore almeno da lunedì scorso, le comunicazioni via cellulare difficili per non dire impossibili. Più tardi proverò a chiamare mia sorella. Da qui all'8 febbraio, giorno in cui si svolgeranno le elezioni municipali-farsa, la situazione non può che peggiorare. Vorrei essere ancora là. La distanza è un dolore incolmabile, oggi.


(nella foto: nubi minacciose si addensano sullo stupa di Bouddanath)

31 ottobre 2007

Ultimo giorno a Katmandu (12 gennaio 2006)

Mi cola il naso perché mi sono buscata il raffreddore o perché sono sull’orlo delle lacrime? Mi strappa il cuore andarmene. E non è perché lascio mia sorella o mia nipote. Piuttosto perché, probabilmente, non vedrò mai più Katmandu. Ho appena fatto colazione, come quasi ogni giorno in questa breve vacanza di gennaio e pure la scorsa estate, al New Orleans Café. Casa mia, praticamente: un posto che non c’è bisogno di fissare nella memoria perché ha lasciato da tempo una traccia indelebile dietro i miei occhi, mi basta chiuderli per vedere ogni tavolo, ogni mattone, ogni finestra e, soprattutto, ogni volto. Qui tutti mi conoscono, dal padrone ai gestori ai camerieri (pure qualche altro avventore abituale, ma quello non conta), tutti ricambiano i miei sorrisi, persino il cameriere triste, quello che una volta ci ha mostrato le foto dei suoi figli, e ho la presunzione che quando dopo il namaste lanciano il consueto “how are you” non sia solo buona educazione. Mi sono mancati in questi mesi, da agosto a ora e, ormai, è probabile, continueranno a mancarmi per sempre.
Io sono pazza di Katmandu, mi è piaciuta la prima volta che l’ho vista cinque anni fa, quando non avrei mai potuto immaginare che venisse a viverci, seppure solo per un anno, la sorellina. E mi piace ancora più ora, che ho imparato a lasciarmi andare al suo ritmo lento che forse è proprio degli indù e forse è solo relax personale. Mi piace tutto, Thamel, che ormai conosco bene, ma anche Maharajgunj e la via delle ambasciate che non ricordo come si chiama. Per non parlare della valle, che è una collana di perle patrimonio dell'umanità. O di Bouddanath, l’enclave tibetana con il più noto stupa del Tibet. Ormai, dopo aver amato Bouddanath, mi commuovo alla vista di uno stupa qualsiasi. Questa è la vecchiaia, però, non la nostalgia.
Non sono ancora partita e già la rimpiango. Forse perché ho paura che questo sia davvero un addio.
Namaste e donnebat, Katmandu.


(nella foto: l'immagine del grande stupa di Bouddanath che, da allora, vive nel mio cellulare)

30 ottobre 2007

Di nuovo a Katmandu (9 gennaio 2006)

Da qui tutto sembra così diverso e le mie piccole preoccupa- zioni quotidiane così meschine che mi domando che ci faccio lì (quando ci sono), ma questa è una storia troppo lunga. Nella mia assoluta incongruenza sto ascoltando Dave Brubeck e Keith Jarrett a ripetizione, che c’entrano come i cavoli a merenda, grazie al mio nuovissimo e fantasmagorico iPod nano nero (piccolo stacco pubblicitario?).
Per essere seri, qui si è quasi in guerra. I guerriglieri maoisti all’inizio di gennaio hanno interrotto la tregua da loro proclamata e mai troppo rispettata dal governo, proprio perché unilaterale: l’esercito ha compiuto una strage sparando sulla folla riunita per una manifestazione religiosa a Nagarkot circa un mese fa. Risultato: gli attentati sono ricominciati. A Katmandu non si nota tanto, a essere molto attenti si rileva un briciolo di fibrillazione in più tra i poliziotti ai posti di blocco, ma, forse, dopotutto, non è altro che autosuggestione. Mi dicono tuttavia fonti superattendibili, attualmente in una delle zone controllate dai guerriglieri, quella di Rukum, a ovest di Katmandu, che l’esercito maoista si sta preparando per spostarsi verso est. Nei prossimi giorni i black out, di per sé non rari, potrebbero farsi più frequenti, visto che le centrali elettriche sono spesso nel mirino dei guerriglieri e, chissà, si potrebbe persino arrivare alla chiusura degli aeroporti internazionali. Insomma, la situazione è critica. Sul serio.


(nella foto: Durbar Square, Patan, nella valle di Katmandu)

28 ottobre 2007

Eh, sì, sempre da Katmandu (29 luglio 2005)

Giornata strike, oggi. Stamane a Pashupati, posto denso di magia, dove gli indù cremano i loro morti lungo le rive del fiume Bagmati, affluente del Gange. Carlito e io abbiamo assistito a una cremazione: la preparazione del cadavere, l’incenso bruciato a mazzetti, le corone di fiori gialli e arancioni, soprattutto arancioni, posate sul corpo. Poi l’uomo che fu (sono certa che si tratti di un uomo, non so perché) viene trasportato su una pira già pronta (nella foto). I fiori vengono gettati nel fiume, così come parte dei teli, ancora una volta arancioni, che lo ricoprono. Fasci di paglia vengono bagnati nel Bagmati e poi collocati sopra il cadavere. Il fuoco viene appiccato sotto la pira e, in parte, anche alla paglia che copre il corpo.
Un denso fumo scuro si alza dalla pira e si dirige verso destra, cioè verso il ponte. Venendo dal tempio d’oro riservato agli indù, a sinistra del ponte, ci sono le cremazioni dei ricchi e delle celebrità, a destra quelle della gente comune. Quella cui abbiamo appena assistito era senza dubbio una cremazione ricca.
Scendiamo verso il tempio di Batchhla Dev, con le sue sculture erotiche intagliate, ma fuggo presto e riattraverso il fiume: sono sottovento e mi arrivano addosso i fumi della pira. Sul lato opposto del Bagmati decine, o forse centinaia, di tempietti. Ciascuno di essi contiene un lingam in pietra, ovvero un pene, di Shiva (Pashupati è uno dei tanti nomi di questa divinità). Davanti a ciascuno di essi giace una statuetta del toro Nandi, cavalcatura del dio in questione, accovacciato; e pazienza se tutti questi animaletti più che tori sembrano tapiri. Davanti o di fianco a ciascuno di essi, o quasi, è seduto o sdraiato un saddhu, un santone rosso-arancio vestito che in genere passa il tempo a tirare sui chilum e a farsi fotografare dai turisti, scarsi, in cambio di qualche rupia. Per una volta i saddhu non sono particolarmente insistenti, forse sono stremati dal caldo.
Più tardi approdiamo a Bouddhanath, sorta di enclave tibetana nella valle di Katmandu. Il sito è dominato da un grandioso stupa, il più grande del Nepal (V sec. a. C., almeno secondo la leggenda), con gli occhi di Buddha che ti osservano da ogni lato. Attorno belle case e palazzi a volte bellissimi accolgono ogni sorta di commercio. L’artigianato in vendita è tipicamente tibetano, dunque non mi lascio incantare più di tanto: tra poco passeremo in Tibet un’intera settimana. Comunque Bouddanath ha una sua curiosa magia e, malgrado i commerci imperanti, anche un suo fascino mistico. Ed è uno dei luoghi che preferisco al mondo, sa dio perché.

27 ottobre 2007

Sempre Katmandu (27 luglio 2005)

Siamo riusciti finalmente a prenotare il nostro Tibet Tour. Preciso identico a ogni altro Tibet Tour, solo un po’ più economico grazie all’assistente di mio cognato che ha lavorato a lungo nel turismo. Ho un po’ fifa, manco a dirlo abbiamo lasciato i sacchi a pelo a Parigi e ieri ne abbiamo comprati di nuovi. Indispensabili, dicono tutti, visto dove dormiremo. Si ricomincia con la ricerca della doccia perduta, vedi “Mustang lento”, insomma.
Intanto stamane ulteriore déjà vu, reale, non sognato. Passeggiata allo stupa di Swoyambhu, pare il più antico stupa al mondo (ha più o meno 2500 anni). Festa di preghiere sventolanti e ministupa attorno al monumento maggiore e incongruenze asiatiche: gruppi di sedie di plastica tipo metropolitana di Parigi (ma rigorosamente color buddico arancione) in un praticello a fianco di una sorta di monastero. Che sia l’area di meditazione? Mah, ci si arriva attraversando un bel boschetto tranquillo sotto lo stupa principale.
Ce soir arriva la sorellina (almeno si spera). Non vedo l’ora.


(nella foto: ministupa e bandiere nel vento a Swoyambhu)

25 ottobre 2007

Cuore di Nepal

Cuore di Nepal è nato stamattina. Non è nuovo, però, ho solo deciso di continuare a scrivere di Nepal, perciò di trasferire qui vecchi post che ho scritto da laggiù su un blog ormai morto. E, magari, di continuare con nuovi post scritti da quaggiù. Chissà. Intanto comincio.

In diretta da Katmandu (25 luglio 2005)

Piove. Caldo umido da tropici. Katmandu è com’era e al tempo stesso completa- mente diversa. Come sempre e come tutti i turisti, passiamo la maggior parte del nostro tempo nel quartiere di Thamel. Assomiglia al Thamel di cinque anni fa: ci sono nuovi locali, nuovi alberghi, nuove guest house, ma molti molti meno turisti e molti molti più poliziotti. Fa effetto. Per non dire che, in fondo, fa paura. In compenso rimane intatto l’indiscutibile fascino di Katmandu, un fascino di cui mi è impossibile, anche ora, cinque anni dopo la mia prima volta, spiegare l’origine. Un misto di Oriente, rassegnazione induista, filosofia buddista, voglia di essere, dolcezza, impotenza, mattoni rossi, finestre in legno magnificamente intarsiate, preghiere nel vento (ma non tante), sciarpe di seta, pashmine, strade putride, oasi di paradiso, paradisi da turista, puzze e profumi. Ho certamente dimenticato molto, magari pure l’essenziale, ma sto bene. E poi so che ho davanti un’intera settimana per impregnarmi di questa città che già amo tanto.

18 ottobre 2007

Pokhara, 19 agosto 2000

Aeroporti. Prima tappa, all’aero- porto di Jomsom, ore 7.55. Siamo qui dalle sei. Dunque sveglia alle cinque. Da appena un paio di minuti è suonata una sirena, salutata con entusiasmo da tutti i presenti. I magnifici otto sperano voglia dire che l’aereo (ma quale? sarà il nostro? ci sono almeno 40/50 persone che attendono e il nostro bimotore Cosmic Air carica al massimo 16 passeggeri) è in arrivo. Trasporti a parte, ora è evidente: l’avventura è finita. Già da ieri, forse: al nostro arrivo a Jomsom il Tilicho Hotel ci è sembrato una specie di 5 stelle. Un po’ perché abbiamo avuto vere camere a disposizione, un po’ perché siamo finalmente riusciti a lavarci i capelli e a fare una doccia calda. Molto perché il Royal Mustang di Muktinath, nel cui cortile avevamo piantato le tende la notte precedente, era tutto fuorché Royal. E ieri sera festa, ma già intrisa di malinconia: le canzoni, i tamburi, gli strumenti improvvisati e le danze.
Sono come in trance fino alla seconda tappa: aeroporto di Pokhara. Incredibile déjà-vu. Eppure, la prima volta che siamo passati di qui risale almeno a un secolo fa.
Da qualche istante appena abbiamo salutato i portatori: capocuoco e aiutocuoco; Kalu il bello; Passan il tenerissimo; Kumar, la sua ombra, e Santa, futuro aiuto-guida del grande fratello che in questo viaggio ci ha fatto da papà, mamma e capo, Nima-Dawa (un nome un programma. Nima-Dawa, infatti, in nepalese significa sole-luna o, anche, domenica-lunedì). È il primo addio e già mi si stringe il cuore.
Roberta, la pubblicitaria bergamasca, mi ha confessato che stanotte non riusciva a dormire dalla pena: già le manca il Mustang. Ma credo che nessuno di noi, malgrado le dichiarazioni dei grandissimi lavoratori, alias Emanuele e Carlito, abbia veramente voglia di partire. Per giunta, e per fortuna, Pokhara questa mattina ci ha portato con l’alba uno splendido dono: la collezione completa dei 7-8000 del complesso dell'Annapurna. Ultima immagine che toglie a tutti noi, almeno momentaneamente, la facoltà di parola. E tutto si mescola in un unico, confuso sentimento: silenzio e rispetto, lacrime e nostalgia. Credimi: meglio, molto meglio, calare il sipario.
Ehi, puoi riaprire gli occhi.


(nella foto: l'Annapurna, sontuoso sfondo al lago di Pokhara; www.pokharalodge.com)

17 ottobre 2007

Jomsom, 17 agosto 2000

Jomsom, lontana e sola. La discesa da Muktinath è cominciata tardi. Anzi, tardissimo, visti i ritmi che sono ormai un’abitudine per noi: alle 10 passate. Dopo, cioè, che abbiamo visitato quella specie di santuario, sacro agli induisti come ai buddisti, che sovrasta il villaggio e che fa di questo borgo semisperduto un’importantissima meta di pellegrinaggi. Ci sono persone che partono dall’India profonda, a piedi, naturalmente, per salire lassù a pregare. Terminato il doveroso giro dei gompa (i templi) si inizia a scendere dolcemente. Dopo una mezz’oretta di cammino ci imbattiamo, nell’ordine: 1. in una troupe cinematografica (o televisiva) di tedeschi, 2. in una comitiva di bergamaschi tra cui si cela il libraio di Roberta. I segni del nostro ritorno alla civiltà sono ormai tanto preoccupanti quanto evidenti. Ma proseguiamo, il cuore leggero.
A un certo punto del percorso, tra la via Emilia e il bar grossomodo, Francesca, Carlito e io siamo adottati da tre bambine. Impossibile per noi memorizzare i loro nomi. Quanto alle età che hanno dichiarato, in un inglese scheletrico, ci sembrano improbabili: 10, 12 e 13 anni. Sembrano molto, molto più giovani. Comunque è stato uno dei momenti più belli del viaggio. Quella che ha scelto di prendere per mano me è la piccola, una teppa superintelligente e simpaticissima. Ha cominciato a intendersi con Francesca a fonemi e dai “mamama”, “papapa” e “tatata” è nata una prima musica a sei, destinata a trasformarsi poi in vera e propria corale. Oltre al solito similinno nazionale nepalese, “Resham Phiriri”, siamo riusciti a esibirci in un “Fra’ martino” bilingue: “Cin cion bell, cin cion bell”.
Arrivati alla tappa intermedia, le bimbe si fermano a pranzare con la mamma e noi tre proseguiamo. Arranchiamo per arrivare a Kagbeni, ma il premio è dietro l’angolo: Jomsom è là, a portata di vista. Malediciamo il Khali Gandhaki, inguadabile perché ha troppa acqua e riaffrontiamo i saliscendi tra le rocce. A ogni altura, controlliamo. E Jomsom è sempre là, sempre alla stessa distanza, sempre lontana e sola.


(nella foto: l'immenso rullo di preghiera all'entrata del tempio di Muktinath. Contiene 100 milioni di mantra; www.muktinath.org)

16 ottobre 2007

Muktinath, 16 agosto 2000

Ahi ahi ahi. Nima ha confessato: da Chhucksang a Muktinath ci attende un percorso “un po’ duro”. E se Nima dice “un po’ duro” per me significa ai limiti dell’impossibile. Sono preoccupata, inutile nasconderlo, vorrei che Carlito restasse con me, mi accompagnasse durante la salita. Non che mi attenda aiuto, è solo che vorrei che fosse accanto a me. Un supporto psicologico e, al tempo stesso, l’occasione di vivere un momento insieme.
Fisime. Il Carlito ingrana la quarta e diventa un puntino dallo zaino rosso due o tre creste avanti a me. Sono furibonda, gliene voglio da morire ma, intanto, non ho il tempo di occuparmene. Posso solo digrignare i denti e guardare bene dove metto i piedi. Se non fossi così nera potrei anche accorgermi del fatto che intorno a me si dispiega, lì, proprio sotto e sopra la costa che sto percorrendo, un paesaggio fortissimo. Rocce e torrenti come al solito, ma di una tale prepotenza che ne hai quasi paura. Cammino, attenta a dove poso le zampe e penso che un mulo avrebbe parecchia difficoltà a percorrere questo sentiero. In molti punti c’è appena lo spazio per un piede; sotto: lo strapiombo. Continuo, un respiro dopo l’altro.
Scelgo di restare dietro Ambrogio. Mi dà la carica. E poi non sono sola. Perché questa gola, questa strada, queste pietre, questi monti e questo fiumiciattolo potrebbero cominciare a odiarmi. Come io, da qualche parte, li odio; anche se sono bellissimi. Vado e mi mordo dentro. Non è stanchezza, è rabbia. E il contorno è troppo crudo per lenirla. Ambrogio tace. Poi incontriamo Roberta, ferma ad assaporare il vuoto e il pieno che la circondano. Decide di proseguire con noi. A volte ci attende, a volte ci segue. Comunque è lì. E insieme, in tre, arriviamo all’alpeggio. Dove ci aspetta uno degli ultimi pranzi.
Doccia fredda. Carlito mi viene incontro con la macchina da presa; sarà che sono incazzata, sarà che ha un tono sarcastico-superiore, fatto sta che alla videodomanda: “ci dica, ci dica, come si sente?” rispondo con un bel dito medio teso. Creo tensione, ma non me ne importa.
Mangio un po’ in disparte, vicino a Roberta, e osservo il gran casino attorno a me: a qualche centinaio di metri dal passo si è concentrata una varietà faunistica straordinaria. Ci sono uomini e donne che vengono dalla festa di Muktinath, con muli, cavalli, bambini, capre e, udite udite, due yak. Uno schianto: pelosi pelosi, con quel muso lungo, le cornone. Il sorriso si spegne: qualcuno ci spiega che vanno al macello.
Finisco di mangiare. Ambrogio è già pronto a ripartire. Così il gruppo degli atleti si mette in movimento. Carlito neppure mi saluta. Roberta mi chiede di aspettarla: vuole riposare ancora un attimo; che donna: mi fa regali su regali, oggi.
Quando decidiamo di riprendere il cammino abbiamo una piacevole sorpresa: il passo è vicinissimo. Ancora pochi metri di fatica e poi sarà tutta una scivolata a valle. L’ottimismo ritorna sulle nostre facce e ci sembra di raggiungere Muktinath in un attimo.
All’arrivo ci sono birra, tavoli sporchi e una specie di catapecchia in costruzione che pretenderà di qui a qualche mese di chiamarsi albergo. Siamo usciti dall’alto Mustang e si vede: una miriade di lodge, di ristorantini, campi da pallavolo, turisti. È il primo distacco anche se, forse, ancora non lo abbiamo realizzato. Del resto, la civiltà ha i suoi vantaggi: almeno venti pannelli annunciano doccia calda in venti posti diversi, compresa la nostra baracca appoggio.
Da noi, però, neanche a parlarne. La padrona trattiene a stento una risata all’ingenua domanda delle quattro coglione occidentali. Comunque non c’è modo, neppure facendo bollire l’acqua. Così, spinte dal desiderio di toglierci di dosso almeno un poco di polvere, Francesca, le due Roberte e io, ci armiamo di saponi e asciugamani e uno dopo l’altro, li facciamo tutti. Non c’è pannello che ci sfugga, anfratto, per quanto buio, che si sottragga alla nostra inchiesta. L’acqua calda è un acchiappacoglioni, non ce n’è l'ombra; e, nel frattempo, sono calati la sera e il freddo e lavarsi alla fontana gelata ci sembra un’ingiusta punizione.


(nella foto: Chumig Gyatsa a Muktinath, foto di David L. Snellgrove presa nel 1956 e pubblicata nel libro "Himalayan Pilgrimage", Shambhala Publishers, Boston, 1989 (ormai esaurito; www.muktinath.org/album/muktinath_site).

15 ottobre 2007

Ibidem, idem, più tardi

Doccia a secchiate. Una fetta di paradiso. A Ghemi abbiamo vere stanze, affacciate sul grande terrazzo di una casa-albergo con monaco incluso. Peccato non avere bagagli. Almeno per ora. I cuochi preparano comunque il tè delle cinque e mentre ci scottiamo la lingua, annunciati da un campanellino che sembra musica d’Eden, arrivano i muli. Così parte la corsa al lavaggio: i nostri eroi, nessuno escluso, si danno al bucato e ottengono un paio di secchi d’acqua calda a testa per la più bella doccia della vacanza. Poi mutande e capelli restano ad asciugarsi al sole calante. Fino a quando non partono i cimbali del monastero accanto e non scende la sera.


(nella foto: i buchi-caverne dove vivevano un tempo gli abitanti dell'Alto Mustang. www.historum.com)

12 ottobre 2007

Ghemi, 13 agosto 2000

Ma dove vai se un mulo non ce l’hai? Siamo sempre a Lo Ghekar, posto strano ma denso di emozioni. Così accade che, all’alba, Kumar e Passan (gli omini del tè, te li ricordi?) appaiano pervasi da una strana inquietudine. Portano le tazze, la bevanda calda e, poco dopo, l’acqua per le abluzioni, ma qualcosa non gira. È lampante. In effetti, se non fossimo perdutamente addormentati (e ne abbiamo qualche ragione visto che ancora non sono le sei e mezzo), ci accorgeremmo subito dell’assenza. Invece niente. Manco un plissé. Devono dircelo perché ce ne rendiamo coscienti: i muli sono scomparsi. Non so bene chi racconta la storia a Carlo (l’architetto, non il mio): Ganesh e Kalu, responsabili delle some, la scorsa notte hanno deciso di darsi alla bella vita. Così sono andati, con un paio di ragazze, a Marang (il buco del culo del Nepal, per intenderci). Non so cosa ci abbiano trovato, fatto sta che ci sono restati a lungo. Morale: al loro ritorno dei muli non restava neppure l’ombra (anche perché era notte fonda). E pure perché in Nepal non si usa legare le bestie: restano libere come quest’aria purissima.
Nima l’infallibile, svegliato dai due dongiovanni, non ha dubbi e alle tre del mattino fa ripartire i due lungo sentieri opposti alla ricerca degli animali. Alle sei e trenta nessuna nuova. Né Ganesh, né Kalu (il bellissimo), né, tantomeno, i muli. Partiamo comunque. Senza sapere se tende, sacchi a pelo e zaini ci raggiungeranno mai. Ci avviamo all’ennesimo tempio (uno dei pochi che valgano davvero la visita, è del VII secolo e ha dipinti antichi fatti direttamente sulla roccia) ignari di quanto ci riserverà il futuro. Poi, ripartiamo alla volta di Ghemi, dove dormiremo. Muli permettendo. Attraversiamo Dakmar e i suoi dintorni. Forse il luogo più bello che ci sia dato di vedere durante il trekking. Paesaggi da Gran canyon, coste arancioni e carminio e concrezioni a canne d’organo in tutte le sfumature dell’argilla. E, dentro, sempre, quel flauto che suona melodie d'infinito.


(nella foto: Dakmar. www.earthboundexp.com/media/images/Mustang/Dakcliff.jpg)

11 ottobre 2007

Ibidem, idem

Di nuovo a Lo Ghekar. Fa quasi freddo ed è quasi sera. Sul recinto di pietre che circonda quella specie di stalla più aia nella quale sono montate le tende si è installata una capretta; è così carina, bianca e nera, con un musetto così dolce che nessuno, nemmeno la più cruda Roberta, l’imprenditrice, le resiste. Lentamente ci avviciniamo e, incredibile, quella non scappa. L’arcano si svela subito dopo: è legata. A questo punto avrai capito come finisce la storia. Non sapevo se risparmiartela.
Però all’inizio non ci credo. Penso mi prendano in giro. No, davvero, non può essere la nostra cena. Poi vedo il cuoco che affila il coltello (ma non erano quasi tutti buddisti? mah). Pietismo ipocrita, il mio come quello di qualche altro; sgozzata in diretta (nascosta alla nostra vista, per fortuna, ma pur sempre a pochi passi da noi) o no, la capretta, a sera, ce la siamo mangiata (tranne Francesca, che è vegetariana) e anche con sommo gusto. Poi Mustang café a go-go, con il “professore” ubriaco che si esibisce sulla musica di percussioni e fiati, suonati dai portatori, come una danzatrice del ventre.
Finale in coro: Nepal e Italia uniti in un unico inno, la canzone più popolare del paese, “Resham Phiriri”. E, malgrado il sacrificio dell’innocente, quella notte tutti noi, italiani e nepalesi confusi, abbiamo dormito come bébé. Quasi il nostro fosse il sonno dei giusti.


(nella foto: una capretta tibetana, www.inseparabile.com/capretta_tibetana.htm)

10 ottobre 2007

Lo-Ghekar, 12 agosto 2000

Sulla via del ritorno. Per una volta abbiamo deciso di prendercela comoda. Non so più di chi sia stata l’idea. Forse della ancora febbricitante Roberta o forse mia. Comunque la giornata prevede il solito trekking ma, stavolta, a dorso di cavallo. Solo per questa tappa.
Anche perché Emanuele già declina l’offerta per problemi di schiena e, quando vede i cavalli, il patriarca Ambrogio (nostra eminente guida italiana, un sessantunenne che ricorda, non molto da lontano, Sean Connery) non è più tanto sicuro di salire a bordo; in effetti vista l’altezza sua (un metro e novanta) e quella dei veicoli (un metro al garrese?) è facile immaginare le lunghe gambe dell’Ambroeus che strisciano sulle pietre. In ogni caso finiamo per partire e attraversare l’unica vera prateria del Mustang. Destinazione: il passo di Marang La a 4300 metri e il villaggio di Lo-Ghekar, dove passeremo la prossima notte.
Nima, a piedi, va più veloce dei cavalli, tanto più che quando davvero la strada si fa brutta, siamo tutti costretti a scendere di groppa e a condurre per fune i nostri Ronzinanti per una stretta sassaia ripida sulla quale tentiamo a turno di franare a valle. In sintesi: raggiungiamo prestissimo la nostra meta; perciò, nel pomeriggio, decidiamo di fare una passeggiata fino a un paese a un’ora/un’ora e mezzo di strada: Marang. Scopriamo così l’immancabile buco del culo del Nepal o, almeno, del Mustang, un concentrato di tutte le sfighe che possono colpire il genere umano. Ovvero tutto quello che finora ci era stato risparmiato; immersione nella vita vera o depressione?
Marang è un paese come un altro, all’apparenza. Zozzo perso come tutti i centri abitati e gli abitanti del Mustang: incrostato, pieno di cacca e, a questo punto ovviamente, puzzolente. Forse in dimensione un pochino ridotta. Perché è percorso da sentieri più che da strade. Così stretti che non solo un obeso rimarrebbe perennemente incastrato fino all’agognato dimagrimento, ma tali da costringere due persone normali, o anche minuscole come sono in genere questi tibeto-nepalesi, a procedere all’egiziana quando si incrociano. Ovvero a superarsi l’un l’altra mettendosi di profilo.
Muri bassi che danno su campi appena coltivati: il cibo della povertà, quindi prevalentemente patate. Finché si arriva alla piazza o, meglio, a uno slargo dove, attorno a questi stupidi sei occidentali in cerca di brividi da finto primitivo, si concentrano una ventina di ragazzini di età variabile dai due ai tredici anni. Per la prima volta scopriamo che anche nell’alto Mustang esistono le tare. Di quelle gravi, come nel caso di quel bambino, tra il down e il chissà chi, la cui testa ciondola dalle spalle, quanto mai curve, di quello che sembra essere lo scemo del villaggio. E di quelle piccine, come i denti storti, ma storti da far paura, deformi. Lo strano è che finora avevamo stupidamente ignorato l’argomento, pensando forse che in Nepal i menomati li facessero fuori, visto che non c’era stato dato di vederli. Invece, a quanto pare, li hanno inviati tutti qui. Tanto ci si arriva solo a piedi. E avevamo pure immaginato che, d’altra parte, in questo paese a ridosso dell’Himalaya, tutti, nessuno escluso, potessero vantare dentature perfette. Ti giuro: i denti più belli che mi sia mai capitato di incontrare.
Invece Marang stona. Come un punteruolo su una lavagna.
Siamo così codardi che nessuno commenta. Ma non possiamo fare a meno di notare che c’è un uomo pulito e grassottello in mezzo a questa miseria: il monaco.


(la foto non c'entra, tanto più che a Lo Manthang, dove apparentemente è stata fatta, non ho visto niente di simile. Però mi piaceva: ringrazio www.tsechhen.org.np)

09 ottobre 2007

Ibidem, idem - Festa di piazza

A furia di inseguire capre per i vicoli di Lo Manthang, Francesca e io abbiamo capito una cosa: qualunque giro tu faccia ti ritrovi sempre nello stesso punto. A meno, naturalmente, che tu non esca dalle mura e riprenda il cammino. Così, continuando a ripercorrere i nostri passi, finiamo per ritrovare la piazza, inizio e fine di tutti i nostri vagabondaggi. È piena zeppa di lomanthanghesi: uomini da una parte, donne dall’altra, della strada. In un angolo è seduta bellaragazza, che saluta, sorride e torna a puntare il viso verso tre musicisti che noi scorgiamo solo in quel preciso istante. Hai presente i dervisci danzanti? bene, prendine tre con cappellino e tutto, sostituisci la gonna svasata con un paio di amplissimi pantaloni un po’ califfi, piazzagli in mano un paio di percussioni e qualche fiato primitivo e immaginali in una strada polverosa circondata da basse case che un tempo sono state bianche. Non proprio al centro, ma un po’ spostati verso il fondale di una bottega e leggermente sulla destra. Voilà lo spettacolo.
I musicisti ballerini si guardano l’un l’altro e girano lentamente a ritmo attorno ai loro strumenti senza mai spezzare il triangolo. L’arrivo di un quarto suonatore, forse in ritardo, produce un leggero trambusto ma non c’è tempo di badargli perché, proprio allora, irrompe sulla scena il bullo del paese a bordo dell’unica, lucidissima moto di tutto l’alto Mustang (è arrivata dalla Cina perché dal sud, da dove proveniamo noi, si arriva solo a piedi, d’uomo, di mulo o di cavallo che siano, mentre si favoleggia che la strada che viene dal Tibet sia, al limite, percorribile anche da qualche mezzo meccanico). Il suono stonato funziona da incantatore di serpenti e tutti i pargoli e le fanciulle (compresa la nostra bellaragazza) si gettano in un gran vociare all’inseguimento dell’imbecille su due ruote.
E la festa è finita.


(la foto: www.dongurewitzphotography.com)

04 ottobre 2007

Ibidem, idem - Burro di nak

Questa giornata di riposo a Lo Manthang è una manna. Non tanto per piedi, caviglie, polpacci, cosce, adduttori e altri muscoli vari che, nel mio caso, sembrano stare inspiegabilmente benissimo, quanto perché ci permette di girare a casaccio in un villaggio (d’accordo è la capitale del Mustang, ma in realtà invece che quattro saranno quindici case e altrettante stalle) come in una vera vacanza. Cioè di avere un sacco di tempo davanti senza l'obbligo di far niente (non è che camminare sia un obbligo, è un piacere, però se non marci non arrivi, quindi non è che tu possa proprio scegliere).
Carlito, Francesca, Roberta la febbricitante e io percorriamo le strade a circuito mettendo il naso ovunque ci sia una porta aperta. Poi seguiamo una bizzarra indicazione verso un negozio di artigianato sperso in un groviglio di vicoli e finiamo per bussare a una casa. Alla finestra la bella ragazza che ci serve a tavola (la figlia del nostro ospite o di un altro notabile del luogo, non ho capito bene alla fine). Ci vede, ci riconosce, ci sorride scoprendo le labbra su denti bianchissimi e perfetti e ci fa entrare. Pare sia la casa di sua cugina, che, come tutti qui, incidentalmente vende collane e statuine, amuleti e coppette. Niente di interessante. Però la bella ragazza ci piace. Parla un inglese piccolo piccolo, ma è intelligente e sa farsi capire. È analfabeta ma (a dispetto di quello che ci ha appena detto il re) spiega che per le ragazze è normale anche oggi: le bimbe non mettono piede nelle aule (anche se il sovrano sostiene che qui tutti vanno a scuola, ma forse parlava solo per i maschietti). Niente di nuovo sotto il sole.
Ancora, racconta che ha 25 anni ma non è sposata perché “i locali non le piacciono”. Come darle torto? le tibetane a volte sono bellissime, ma gli uomini hanno davvero poco dell'Adone. Ride, è contenta della nostra attenzione, e vuole mostrarci il suo piccolo tesoro; così va a prendere un libro fotografico sul Mustang scritto da un tedesco di un’avvenenza rara. E, perché possiamo meglio apprezzare il volume, ci invita nella sala, dove ci sono la cugina, con il figlio poppante in braccio, e la migliore amica di bellaragazza (non mi riesce di ricordarne il nome): hanno in progetto un girls party per la serata e sono già supereccitate.
Le quattro scimmiette occidentali si siedono così a sfogliare il prezioso cimelio e le leggi dell’ospitalità impongono alle tre donne indigene di offrire il temibile tè locale, già zuccherato e, soprattutto, completato con il burro di nak. È una bevanda quasi mitica, di cui parlano tutti quelli che hanno visitato il Tibet e che ha fama di essere simile a una sorta di brodo e, per di più, di avere un sapore terribile.
Carlito affronta la sua tazza con indomito coraggio mentre le due ragazze e io la guardiamo a lungo con diffidenza. Infine intingo appena e mi dico che ce la si può fare. Poi arriva il colpo gobbo: ci propongono un dolcetto (o forse è un salatino, che ne so?, è una specie di nodo di pasta fritto, dall’apparenza innocua). Infrangendo consapevolmente tutte le norme del galateo internazionale tento di rifiutare, forse colpita da una sorta di preveggenza improvvisa. Rischio l’incidente diplomatico, così indietreggio come di fronte al re e finisco col brandire il misterioso stuzzichino.
Sorrido e lo addento; fatico a trattenere un conato, tanto inatteso quanto immediato. Per riprendermi allungo le labbra verso il tè al burro; un nuovo conato mi fa impallidire. Poso tutto sul tavolino e cerco di respirare profondamente. Carlito ha finito di bere ed è pronto per la seconda razione, mentre le ragazze non hanno neppure il coraggio di guardare il liquido beigiolino che sciacquetta davanti a loro né di affrontare il feroce salatino.
Sono affranta: è, ti giuro, la prima volta che mi capita una cosa del genere. Credevo di aver bevuto di tutto, ovunque. Pozioni che non avevo idea da dove venissero e dove andassero, in recipienti risciacquati alla bell’e meglio in fiumi putridi o in acque stagnanti; rischiando forse la salmonella ma mai la maleducazione. Fino a quando ho dovuto lottare con il burro di nak e, come avrai capito, ha vinto lui.


(nella foto: uno yak in Tibet)

03 ottobre 2007

Ibidem, idem

Ancora Lo Manthang. Nima è in fibrillazione da almeno un paio d’ore. Tutto perché alle quattro e mezzo abbiamo appuntamento con il re. Inteso come il re del Mustang, cioè l’unico tra i sette-otto sovrani del Nepal di un tempo, che ha mantenuto il titolo. A parte, naturalmente, quello vero che regna su tutto il paese e se ne sta in quel di Kathmandu. Comunque, questo re qui è una sorta di governatore, ma ciò non toglie che ci sia un preciso protocollo da rispettare in sua presenza. Anche se si paga un biglietto, le solite 100 rupie, per avere udienza. Sia come sia, Nima è irriconoscibile: sarà la millesima volta che ci spiega come presentare al monarca la sciarpa di seta bianca che ciascuno di noi è tenuto a offrirgli e come indietreggiare rinculando davanti a lui.
Alle quattro e venti esplode il panico: Nima non ci trova; o, meglio, non trova me e altre due ragazze, che stiamo bellamente acquistando cartoline e cianfrusaglie proprio nel negozio davanti alla reggia. Ma i nostri uomini ci beccano e, in parte, si scopre la ragione di tanta agitazione da parte della nostra guida: si è sbagliato nello spiegarci il protocollo. Inezie, ma forse non per lui. Tocca perciò al nipote del re, che, tra l’altro, è anche il nostro ospite, farci un rapido riassunto sul comportamento da tenere, mentre già scaliamo i gradini del palazzo reale. Nota bene che tutto questo suona un po’ ridicolo visto che stiamo recandoci all’udienza in calzoncini corti (non io, ma la maggioranza) e sandali da trekking, ma ogni popolo ha le sue usanze.
Superato, bene o male, il dramma della presentazione delle sciarpe, del saluto (bisogna dire “tashi delek”, ovvero l’equivalente tibetano del nepalese “namaste”, qualcosa tipo “saluto il dio che c'è in te”) e del rinculo (anche se quasi tutti finiscono per voltare le spalle al re o, almeno, di sicuro è quanto accade a Carlito ed Emanuele), scopriamo che sua altezza non è altro che un barbogio 75enne poco disponibile al dialogo e annoiatissimo dalla nostra compagnia. Malgrado questo tiriamo un quarto d’ora di conversazione, compreso l’assaggio del tè che ci viene offerto, prima di telare e tornare a una vita priva di protocollo.


(nella foto: il re del Mustang, www.edelweisstreks.com)

02 ottobre 2007

Ibidem, 11 agosto 2000

Lo Manthang. Siamo alloggiati proprio davanti al palazzo reale, anche se continuiamo a dormire in tenda. E abbiamo constatato soltanto ieri sera che basso prezzo possa avere la felicità: quello di una doccia calda, abbondante, vera. Un piacere così intenso che sembra averci lavato e pulito anche l’anima. Così al mattino ripartiamo di buona lena, con camicie e calzoni di bucato (fatto alla bell’e meglio, a una fontana) e capelli che profumano di shampoo e balsamo.
Ci conquistiamo a fatica il monastero di Vattelapesca, oltre il fiume proibito. Il chiostro pseudo-messicano ocra e mattone - con le finestre e le porte circondate di blu e illuminate da cubi bianchi, intervallate da sprazzi turchesi, rossi e verdi - ne valeva la pena, mentre l’interno del monastero è pressoché uguale a tutti quelli, e sono ormai decine, che abbiamo visitato finora. Però qui c’è un unico monaco, orbo da un occhio, che non ha neppure i biglietti d’ingresso ma esige comunque il pagamento di una tariffa di 100 rupie per lasciarci entrare. Seconda variante: per conquistarci il diritto di raggiungere il monastero oltreconfine il nostro “professore” (l’ufficiale di controllo che per legge deve accompagnarci durante tutto il viaggio e che nel nostro caso si rivela essere, invece che una spia al servizio del governo, un povero diavolo davvero di buon cuore) ha lasciato mezza coscia nelle fauci di un mastino tibetano di proprietà del locale commissariato. Terza variante: per varcare la frontiera proibita dobbiamo essere scortati, a pagamento si intende, da un poliziotto scemo che neppure conosce la strada e ci fa semiscalare un dirupo. Quasi a rischio penne. Con il mio solito tempismo e buon carattere, lo insulto in inglese e in italiano ma Nima e “herr professor”, per quanto infortunato, intervengono a calmare le acque.


(nella foto: mulini di preghiera, www.gcbs-japan.com)

01 ottobre 2007

Lo Manthang, 10 agosto 2000

Ultima tappa dell'andata: da Tsarang a Lo Manthang, mitica capitale del Mustang e confine estremo al di là del quale il nostro visto non vale più. Giornata nervosa: ho insultato Carlito davanti a tutti e poi sono stata io a piangere, rimuginare e soffrire. Forse il problema sta altrove: da quanti giorni non facciamo l’amore? da quanto tempo non abbiamo un secondo per noi, a parte le notti in tenda, poco intime e, soprattutto, riempite solo di sonno?
Camminare serve anche a sfoltire i pensieri e poi, da qualche minuto, accanto a me c’è Francesca, solidale e affettuosa, nel suo modo burbero da lombardo-piemontese. E pure il Mustang mi aiuta. Con un nuovo regalo. Francesca e io abbiamo appena superato il passo di Lo e siamo nel canalone che conduce alla capitale. Siamo in silenzio e, d’un tratto, la nostra curiosità viene attirata da un rumore sordo di fonte imprecisa; non so bene perché, puntiamo entrambe gli occhi in alto. Sopra di noi volano due aquile, che sbattono le ali e producono una sorta di sciabordio da vela nel vento. Sembrano lì per noi, tanto che ripetono più volte il loro numero a nostro uso e consumo. Le lacrime bussano alle ciglia, mentre i due rapaci si lasciano planare lontano, dietro una collina. Poi ecco ancora un’aquila-aliante tornare sopra di noi e scomparire di nuovo dal lato opposto. Facciamo fatica ad abbassare il volto; poi ricominciamo piano la discesa, senza fiato e senza parole.


(nella foto: la copertina di una videocassetta dedicata a Lo Manthang, www.himalayafilmfestival.nl)

28 settembre 2007

Ibidem, idem


E un’altra volta è notte. Io, a differenza di Guccini, non suono neppure. In ogni caso ho una certezza: le mestruazioni o non mi sono mai arrivate o mi sono già sparite. Sospetto allucinazioni da altitudine.
Per questa quarta serata in trekking, comunque, siamo ospiti in una casa tibetana, dove vive una signora con svariati figli e cinque mariti (ma pare non siano mai presenti tutti insieme). Dal punto di vista di noi otto occidentali, il pernottamento in una casa privata è un modo come un altro per entrare davvero in contatto con le genti di questi monti. Leggi: dormiamo in sei in un’unica stanza-soggiorno su panche di cemento che sbucano dalle pareti (gli altri due hanno diritto a una camera più intima ma sembra che sia l’affumicatoio, perciò non riescono a rallegrarsene più che tanto). Dunque formazione a quadrato, a scelta tra il testa-piedi, il testa-testa e il piedi-piedi.
Ad ammorbidire il duro giaciglio gli stessi materassini che abbiamo già adoperato nelle tende e il nostro sacco a pelo personale. Mi domando a che pro Carlito e io abbiamo acquistato due sacchi accoppiabili, per crearne uno unico e grande, matrimoniale, visto che qui ci si corica in fila indiana. Transeat.
Già mi sono scordata dell’ultima doccia, ma qui pare sia impossibile: chi ha visitato il bagno sconsiglia una seduta superiore ai 10 secondi. In effetti, quando verrà il mio turno farò in modo di mettercene anche meno. Ri-transeat.
Però abbiamo non uno, ma due tavoli, su cui: a) consumiamo il cibo preparato per il tea-time, b) intavoliamo un’interminabile partita di Perudo, c) ceniamo. Bevendo birra. d) veniamo iniziati al Mustang café, una bevanda, che ha allietato la maggior parte delle nostre serate, a base, prevedibile, di caffè e di una specie di rhum prodotto in loco che definire disgustoso è dir poco. Lo scoliamo comunque, malgrado il sospetto che contenga anche il famigerato burro di nak, la femmina dello yak. Resta il fatto che, che tu ci abbia fatto caso o no, c’è un unico liquido realmente introvabile da queste parti: l’acqua potabile. E che Roberta ha ancora la febbre.


(nella foto: un chorten, tempietto diciamo, all'entrata di Tsarang; http://myhimalayas.com)

27 settembre 2007

Tsarang, 9 agosto 2000

«Dicono che se si riuscisse a viaggiare alla velocità della luce, non si invecchierebbe. Si resterebbe uguali a se stessi, mentre l’universo fugge verso il passato. Forse è per questo che viaggiamo». Così Carlos Franz, in “Dove una volta c’era il Paradiso”. Sembrava una frase bellissima. Eppure, ora, c’è qualcosa che mi stona. Non ho mai fatto un viaggio più bello di questo, a piedi, perciò vicino alla minima velocità possibile. Camminare è uno strano sport: invece di farti assaporare più lentamente, dunque con il giusto ritmo, quello che ti passa attorno, ti costringe a un rapporto più stretto con le tue emozioni. Così finisce per diventare un acceleratore di sensazioni. Come se i profumi diventassero più profumati, le felicità più felici e i dolori più dolorosi.
A proposito di dolori, l’influenza di Roberta, il mal di montagna dell’altra Roberta, le scottature e i disturbi intestinali di Emanuele e di Carlo (il bell’architetto) non accennano a migliorare. Così, sulla strada per Tsarang, facciamo una sosta all’ospedale giapponese di Ghemi, attivo da circa un anno. È un edificio carinissimo, un po’ sperso in un’area quasi desertica, se non fosse per il muro mani più lungo del Nepal che comincia poco prima dell’ingresso. Le pareti a calce sembrano quasi urlare “che ci faccio qui?” e il giardino centrale, con le aiuole a disegni e scritte pare uno scherzo della natura. Però i medici ci sono e visitano, uno dopo l’altro, attentamente, i nostri malatini, prescrivendo cure e vendendo loro stessi i medicinali del caso.
Finito il check-up si riprende, costeggiando il muro mani sulla sinistra come s’ha da fare, per una delle passeggiate meno faticose e più lunghe dell’intero trekking. Il deserto tra Ghemi e Tsarang pare non abbia mai fine, se non quando il sentiero comincia a inerpicarsi e, dall’alto dell’ennesimo valico, si scorge la terra promessa: orti, mura, abitazioni e onde rosa di grano saraceno. Ha inizio l’interminabile discesa alla città, irraggiungibile come un miraggio.


(nella foto: onde rosa di grano saraceno, www.nepalhiking.com)

26 settembre 2007

Ibidem, idem, un po’ più tardi

Mal di montagna. Questa stanza è un concentrato di polvere: cade sul tavolo proprio mentre ci stiamo preparando la cioccolata; ha trasformato i cuscini nella versione maxi di un cancellino; ha invaso i muri tanto che è ormai una cosa sola con la calce e la tintura. È opprimente. Così, dopo due sorsi e un biscotto, a turno schizziamo fuori. Programmo l’ammutinamento e con Carlo (non Carlito, proprio Carlo, architetto 33enne di bell’aspetto con due occhi da svenimento) lancio il referendum per l’abrogazione della sala da pranzo. Ovvero: siamo in campeggio, che si mangi in tenda. Roberta, l'imprenditrice non l’advertiser (sì, proprio così, su otto persone ci sono due Carli e due Roberte), non partecipa alle votazioni perché è stesa inerte sul sacco a pelo. Per il resto la proposta degli ammutinati raccoglie l’unanimità e i nostri portatori-guide-angeli custodi montano la tenda living-room, con Carlo e me, improvvisamente catturati dai sensi di colpa, che facciamo patetici tentativi di aiutarli. Intanto scende la sera e il freddo: siamo tutti bardati come Bibendum della Michelin, strati e strati di pile e lane e piume.
Un giro di carte prima di cena ci fornisce la scusa per riunirci tutti insieme sotto la tendarefettorio e sprigionare un po’ di calore. Ultime notizie dalla tendadormitorio dell’angolo: Roberta sta male. Ha la nausea, mal di testa, forse la febbre, capogiri e non so che altro. Nima diagnostica con sicurezza: mal di montagna. E comincia a impartire a Emanuele, avvocato e fidanzato dell’imprenditora, le istruzioni per la cura. Intanto scuote la testa: «Sorella Roberta è troppo impaziente. Sorella Roberta cammina troppo troppo fretta». Poi, perentoriamente richiamato dal suo senso del dovere alla nuova missione di infermiere aggiunge: «Emanuele, siamo andiamo». E per la seconda sera siamo soltanto in sette a dividere la cena.


(nella foto: il percorso nell'Alto Mustang, www.visit-nepal.com/lomangthang/Lomangthang-map-1.jpg)

25 settembre 2007

Tamagaon, 8 agosto 2000

Il terzo giorno. È una specie di mistica del trekking: il terzo giorno è il peggiore. Lo dice la cartina, perché è l’unico giorno in cui dobbiamo sormontare quattro passi, in un saliscendi che così penoso non è ancora stato. Lo ripete Roberta, l’advertiser, perché è il giorno in cui le gambe cominciano a cedere. E, soprattutto, perché, da ieri sera, ha una febbre da cavallo ed è allergica alle medicine (e, per coronare il tutto, a meno di una settimana dal rientro dal Nepal è finita in ospedale con la salmonella tifoidea. Indovina come e dove l’ha presa?). Lo conferma Francesca, alla quale sono appena arrivate le mestruazioni e, mentre procede, soffre. In barba a tutte le mistiche, però, (e forse in barba anche al mestruo, che non ho capito se è arrivato o no) per me il terzo giorno è quello della rivelazione: in un punto imprecisato tra Chele e Tamagaon ho finalmente imparato a camminare. Anzi, il punto lo conosco, solo che non lo so individuare sulla mappa: sarà a mezz’ora al massimo da Chele, quando comincia quella che, in simili frangenti, sembra un’autostrada di sassi. Lì, come illuminata sulla via di Tamagaon, ho cominciato a seguire il ritmo del mio respiro e il fiatone è sparito insieme alla fatica. Mi sono sentita straordinariamente felice e in pace con il mondo. Ho persino incontrato un francese che mi ha trovata “radieuse”. E ho camminato come mai m’era accaduto prima. In stato di grazia e di incoscienza. Così profondo che quando, al ritorno, siamo ripassati per alcuni tratti del medesimo percorso non ci potevo credere: come diavolo avevo potuto arrampicarmi per quelle pietraie ripide e infide?

24 settembre 2007

Ibidem, idem, più tardi

Oggi le comiche. Il nostro bagno non è partico- larmente accoglien- te: un buco circondato da una tenda. Così Francesca, professione musicoterapeuta, e io decidiamo, con il favore delle tenebre, di appartarci alla belle étoile. Saliamo un’erta proprio dietro il nostro accampamento (la stessa che riaffronteremo domattina, ma, appunto, lo sapremo solo la mattina dopo), che ha l’aria di essere stata già scelta come gabinetto da molti. Cammina cammina, troviamo finalmente un luogo che ci appare propizio. Perciò caliamo le braghe e ci mettiamo culo all’aria. È un attimo e sento un ringhio alle spalle; nell’ordine (spero): urlo, mi alzo, afferro i calzoni, mi precipito a valle, incurante delle cacche altrui e convinta che un mastino tibetano (temibilissimo cane che tornerà più avanti nella storia) stia per azzannarmi il fondoschiena. Francesca fa gli stessi movimenti all’unisono con me (anche se lei non si immagina il mastino), mentre il guardiano (uno dei nostri portatori) dà l’allarme. Grandissimo trambusto nel campo: qualcuno sveglia Nima (la solita guida capo, un angelo).
Così il boss, Santa (futuro aiuto-guida, parente di Nima e con un braccio inservibile) e un paio d’altri ragazzi partono armati di pile e grinta verso l’ignoto disturbatore della quiete privatissima. Passano meno di due secondi e sentiamo una risata di quelle che davvero possono seppellire, dopodiché i quattro scendono a braccia e gambe scomposte sghignazzando e imitando le due sorelle fifone (in Nepal, in segno di rispetto, ci si rivolge a donne e uomini chiamandoli, rispettivamente, sorelle e fratelli). Il mio mastino era un tubo dell’acqua gorgogliante a fior di terra. Però è stata, giuro, l’unica volta che ho avuto paura.


(nella foto: un mastino tibetano, www.imolossideltibet.com)

21 settembre 2007

Chele, 7 agosto 2000

Prima notte in tenda. Mi sembra di non avere chiuso occhio. L’incredibile è che, quando arriva il tè del buon risveglio, non mi sento stanca. Neanche un po’. Sarà, forse, per il sorriso dei più giovani tra i portatori, Passan e Kumar, che, al mattino, a un’ora compresa tra le cinque e le sei e trenta, arrivano a darci il buongiorno e a versare nelle tazze l’infusione calda. Sorseggio il tè incredula, avvolta dal sacco a pelo che è stato sverginato solo da poche ore. Sbatto gli occhi, attenta a non scottarmi la lingua. Carlito, il mio amore, monosillaba qualcosa mentre comincio a realizzare che sta per avere inizio il secondo giorno, la fatica, l’avventura e che, forse, cinque ore di cammino mineranno l’entusiasmo, il fiato e le gambe. Si spera che minino anche la ciccia.
Le riflessioni sono interrotte da un secondo passaggio di Passan e Kumar con due bacinelle d’acqua calda: sono il nostro lavandino, la nostra doccia e anche il nostro bidet quotidiani. Esco in reggiseno e pantaloni, saluto i compagni di viaggio e dò il via alle abluzioni mentre due o tre dei nostri uomini si rasano.
Oggi dobbiamo spingerci fino a Chele. È esattamente dal punto in cui siamo, Kagbeni, che si entra nel regno proibito dell’alto Mustang, quello che ci costa 70 dollari al giorno solo per il visto e che accoglie la maggior parte dei rifugiati tibetani in Nepal. A questa sorta di porta d’ingresso, un cartello detta il comportamento da tenere: “Prendi solo foto, lascia solo orme”. Va da sé che obbediremo.
C’è il sole, la colazione è abbondante e i veri zaini li portano i muli. Così mi spalmo la protezione, mi infilo il cappello e affronto la prima salita autentica. Per ora con grinta.
Dalle nuvole il Nilgiri (che supera i 7000 metri) gioca a bau-cetti, ma è sempre meglio che un calcio nel sedere.
Si parla poco e si sale, fino a quando il Khali Ghandaki diventa un nastro e le rocce assumono un bel colore rosso. Aggiriamo la cresta del canyon e ridiscendiamo verso il fiume, muti per lo stupore più che per la fatica, con gli occhi che guardano buchi come grotte, alti sulla roccia. Cento, duecento anni fa erano villaggi. Nessuno di noi riesce a capacitarsi del fatto che i Mustanghesi (ma certamente non si chiamano così) abitassero lassù. Che razza di idee.
Ci fermiamo per il pranzo a Tangbe, vicoli stretti e preghiere nel vento. Sventolano come stendardi, si imprimono sui rulli girevoli dei muri mani, ti vengono alle labbra perché si disperdano nell’aria anche se non sei credente. E riparti con lo sguardo sciolto.
Il passo, però, mi si fa pesante, perciò, quando avvisto la salita finale (c’è sempre una salita finale per darti la mazzata da stramazzo) vorrei tanto un mulo sotto il sedere. Chele è arrampicata su una rocca e non ho tempo di rendermi conto di quanto sia bella: arranco e mi fermo, sosto e arranco, chiacchiero con Nima, la nostra guida nepalese, e riarranco. Però ce la faccio e, arrivata alla meta, mi getto su una seggiola e sorseggio una coca-cola. Già: niente telefono, niente elettricità, niente auto, niente acqua corrente, ma coca cola a go-go.


(nella foto: un muro mani nell'Alto Mustang. www.sunita.nl)

20 settembre 2007

Mustang lento

Premessa: questo è il diario di un viaggio lontano nel tempo, un viaggio che Pinocchietto e io abbiamo fatto nel 2000, il più bel viaggio che abbiamo mai fatto. È tutto fuorché inedito, è stato pubblicato su Internet non so quante volte, persino in e-book. Ma, visto che è roba mia, il suo posto naturale è qui, in mezzo agli altri racconti di viaggio della turista smarrita. E ora si comincia.

Kagbeni, 6 agosto 2000

Chiudi gli occhi. Poi, prova a immaginare il letto pietroso di un fiume grigio (si chiama Khali Ghandaki, che in nepalese vuol dire, per la verità, fiume nero), insinuato in una gola dominata da alte rocce tra il perla e il sabbia. E ora prova a immaginare me, che sgambetto come un cerbiatto (siamo soltanto al primo giorno, sia chiaro), in alto, su un sentiero che scende fino a far guadare le acque e poi risale inerpicandosi sull'argilla. Su e giù, giù e su, con il vento (per fortuna a favore) che fischia attraverso i miei giganteschi orecchini.
Poco dopo (il primo giorno abbiamo camminato solo tre ore), il miracolo: dietro una curva compare, in lontananza ma non troppo, una macchia verde di coltivazioni, in mezzo alla quale spicca una costruzione rosso mattone (il gompa, ovvero il tempio, di Kagbeni). Non resta che prendere un sospiro profondo, sopraffatti dalla cartolina da brivido dell'imprevisto, e riprendere il cammino. Ormai si canta a squarciagola e si vola sul sentiero, mentre l'entusiasmo aumenta l'appetito.
A proposito, in dodici giorni di trekking dodici, ho perso soltanto un chilo; sia detto a demerito, onta e ignominia dei nostri fantastici cuochi che ci viziavano e rimpinzavano come oche da foie gras.


(nella foto: Kagbeni e il Khali Ghandaki. Foto: www.dkohnstudios.com)

19 settembre 2007

14 agosto 2007 - Il Guatemala su "Le Monde"

Casa. Parigi. Incredulità. L'aereo è un mezzo di trasporto delirante. Ormai uso quasi più l'aereo dell'auto, ma resta delirante. Non si può passare in una manciata di ore dai Tropici a questo merdoso clima continentale, dai volti maya dei chapin al melting pot del X arrondissement, dal languore del Centroamerica alla geometria di Parigi. Non si può. Ma è quello che faccio sempre: niente di strano se crescendo mi sento sempre più aliena.
Tutto è come sempre e, come sempre accade, ho lasciato un brandello di cuore pure laggiù, così da oggi in poi ci sarà un altro paese da seguire con partecipazione, un altro luogo del mondo le cui sorti mi saranno un po' più care. Anche questo succede sempre.
E, stamane, quando, come sempre, accendo Berenice e sfoglio le pagine informatiche dei giornali francesi, "Le Monde" parla di Guatemala. Una notizia di quelle dolorose. Eccola: "In Guatemala le autorità tentano di frenare il traffico di bambini. La giustizia guatemalteca ritiene che il traffico di bambini a scopo adozione renda ogni anno alla mafia circa 200 milioni di dollari. Dopo la Cina il Guatemala è il principale paese d'origine dei bambini adottati nei paesi ricchi". Mi avrebbe fatto male anche un mese fa. Oggi un po' di più.


(nell'immagine: la bandiera del Guatemala)

18 settembre 2007

13 agosto 2007 - Antigua-Atlanta. virginie non abita più qui

It’s over. Terminado. Finito. Con i ritardi della mattina (mezz’ora per lo shuttle, il più sfigato che abbiamo preso in tutto il Guatemala e mezz’ora da prevedere per l’imbarco, visto che il nostro aereo è appena arrivato, sono le 12.25 e la partenza doveva essere alle 12.35), il mio nervosismo che sale, il tentativo, riuscito per una volta, di restare zen, gli americani che mi saturano le orecchie sul pullmino, i sogni di stanotte che già si svolgevano al rientro. I’m coming back, Paris. Estoy volvendo, Paris. Sto tornando, Parigi.

(il primo giorno a Città del Guatemala piove, l’ultimo giorno ad Antigua pure. Gioie e dolori del Centroamerica)

Ultima nota a margine sul volo Città del Guatemala-Atlanta (Delta Airlines): equipaggio di streghe, ma pazienza. In compenso il comandante, made in the Usa a giudicare dall’accento (garantisce Pinocchietto), manco si degna di tradurre in spagnolo i messaggi che continua a lanciare ai passeggeri. Entonces: que viva America. Pero Latina.


(nella foto: il mio diario di viaggio)

17 settembre 2007

Rigoberta perché

Ecco l'analisi del Manifesto

12 agosto 2007 - Copan-Antigua. Quasi fine

Quasi partita. E pure quasi tornata ormai. Seduta ad aspettare i sandwich per il viaggio in uno dei due quartieri generali eletti a Copan da Pinocchietto e me: il Qg per la colazione, Casa Villamil, uno dei rari posti dove le cameriere sorridono e sono gentili a Copan. Oltre al fatto che il locale è una delizia: un piccolo patio con fontana, pareti in pietra e muro arancio, un primo balcone dai muri turchesi e una terrazza sui tetti di Copan. Dovessi fermarmi a Copan trascinerei le mie ossa da Casa Villamil al Via Via. Y nada mas.

Nota a margine numero quattro: 5 incidenti automobilistici andando a Panajachel, 3 tra Copan e Antigua, 1 tra Antigua e l’aeroporto. Evidentemente i guatemaltechi sono adorabili ma non sanno guidare. A meno che, come suggeriscono i vari autisti dei mezzi che abbiamo preso attraverso il Guatemala, non siano semplicemente un po’ troppo bevuti. In questo caso Honduras batte Guatemala 1 a 0: l’unico punto di ritrovo di Alcolisti Anonimi da noi avvistato si trova a Copan, nel Parque Central.


(nella foto: Antigua, lavatoio)

13 settembre 2007

11 agosto 2007 - Sempre Copan

e sempre maledetti gringos. Questa mattina alle 6 un amabile duo composto da padre e figlia ha cominciato a berciare come Donald e Daisy Duck (alias Paperino e Paperina) e ha svegliato, probabilmente, l’intero albergo e, certamente, Pinocchietto e me. Il dialogo urlato fa montare su tutte le furie mi amor che sta per sfoderare l’arma del suo temibile inglese. Lo blocco con un polso che non sapevo di avere così fermo perché sospetto abbia già in canna uno “Shut up” fulminante ma forse ho torto. E il sonno fatica a tornare.
Per gli hondureñi, viceversa, la domanda chiave sembra essere: che farne di tutti gli stranieri che vengono a rompere a Copan? Pelarli. Per entrare al sito archeologico e fare la totale (cioè anche la visita nei tunnel, due, che non meritano assolutamente la spesa, ma nessuno, neppure la Lonely Planet e la Rough Guide di cui siamo dotati, te lo dice, nonché quella al museo delle sculture, che, invece, non è male) abbiamo sborsato la bellezza di 37 dollari. Più o meno tre volte il prezzo del biglietto di ingresso al Louvre. Poco male: il sito, per quanto ampiamente restaurato, merita senz’altro il viaggio. La storia non ha prezzo, giusto?
I turisti hondureñi che seguono la nostra stessa guida, un po’ si vergognano. A loro sembra anormale che noi paghiamo così tanto. Per fortuna, loro, giustamente, hanno un prezzo tutto diverso (un decimo? meno? non riusciamo a saperlo con certezza). Altrimenti Copan sarebbe di fatto proibita a tutti i locali. Del resto fino a qualche tempo fa il prezzo ridotto valeva solo per gli hondureñi, poi hanno dovuto ricredersi ed estendere lo sconto a tutti i centramericani: il sito di Copan si era improvvisamente svuotato, bello e impossibile.


(nella foto: una delle sculture che provengono dai templi di Copan)

12 settembre 2007

10 agosto 2007 - Rio Dulce-Copan (Honduras). Virginie Torquemada


Ieri alle 14.30, come da programma del nostro impre- scindibile lanchero siamo rientrati a Livingston dove già ci attendeva la barca che doveva portarci al Catamaran, appena oltre Rio Dulce (ma 50 quetzales in più a testa. Mi sa che il lanchero, sentendo il nome dell’albergo ha capito quel che prima non sapeva, che possiamo. Dunque, giustamente, carica. Almeno penso. Perché il Catamaran è sì un po’ più lontano di Rio Dulce, ma appena appena). Comunque l’hotel è un po’ l’oasi che cercavamo. Magari un filo troppo da gringos, ma la piscina è perfetta, il bungalow Tango, su palafitte, un sogno, il ristorante il migliore che abbiamo provato finora in Guatemala. Per giunta, questa mattina alla reception c’è un mito di ragazzo, Vinicio Guevara, che, in quattro e quattr’otto, ci trova un taxi che ci porta fino a Copan. Y aqui estamos.
Mica tanto compiaciuti. Al punto che credo calerò il machete della mia ignoranza su un intero popolo. Prima impressione dell’Honduras (meglio di Copan): paese pieno di puttane, magnaccia e narcotrafficanti. Copan sembra ricca, piena di macchinoni e motoni, e tranquilla. Ma gli hondureñi, a parte il cameriere e il padrone o gerente che sia del nostro hotel, sembrano decisamente meno simpatici dei guatemaltechi. Vamos ver. Antipatici pure nel bar figo Via Via. Niente, la seconda impressione è uguale identica alla prima. Burini indifferenti quando va bene, come i motociclisti in Harley Davidson e le ragazze del negozio di souvenir che abbiamo svaligiato nel pomeriggio, similmafiosi repellenti quando va male. Bah, certo che come Torquemada non scherzo un cazzo: in mezza giornata ho liquidato e bollato un intero paese. Mica male.


(nella foto: il Parque Central, a Copan)

11 settembre 2007

9 agosto 2007 - Livingston-Rio Dulce. Tutti in lancia

Sorpresa: questa mattina all’imbar- cadero di Livingston scoviamo Thierry e Flo a bordo di una lancia. Peccato che stiano per lasciare Livingston alla volta di Flores. E, comunque, noi siamo in partenza per il tour in lancia organizzato dal lanchero che ci ha portato fin qui. Il giro comprende Los Siete Altares, un passaggio più veloce della luce al Rio Cocoli (nel senso che il lanchero ci dice dalla barca “questa è playa Cocoli, ma è chiusa”) e l’approdo alla Playa Blanca, dove la playa è in effetti bastante blanca, ma dove il mare è un po’ verde marcio (e visto che trattasi di Mar dei Caraibi la cosa è quanto meno sorprendente). Bah, ci dicono che sarebbe stato meglio raggiungere a piedi Los Siete Altares e ne siamo coscienti perché la parte più interessante sta nella strada che è anche l’area in cui abitano i Garifuna, discendenti di neri ribellatisi alla schiavitù (e poi: anche no, visto che, unica al mondo in un gruppo alquanto misto, riesco a sudare siete camicie per guadare l’acquetta che porta alla cascata), ma in ogni modo i nostri stretti tempi non ce lo permettono: Pinocchietto e io stasera dormiamo a Rio Dulce e non possiamo tardare troppo a imbarcarci sulla lancia di ritorno.


(nella foto: la Playa Blanca, Livingston)
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